Vittorio Messori, giornalista e scrittore da anni residente nella diocesi di Verona, è morto la sera del 3aprile all’età di 84 anni. Nato a Sassuolo il 16 aprile1941 da una famiglia anticlericale, si formò a Torino in un ambiente segnato dal razionalismo; dopo la laurea in Scienze politiche, iniziò la carriera giornalistica a La Stampa. A metà degli anni Sessanta visse una conversione “impensabile” (sua definizione) al cattolicesimo; per lungo tempo preferì non parlarne molto, ma al tema religioso dedicò articoli, raccolte di riflessioni e libri, in cui cercò di mettere insieme i suoi grandi fari ovvero fede e stile da cronista; tra tutti il libro Ipotesi su Gesù (Società Editrice Internazionale, 1976). Con Andrea Tornelli scrisse sulla sua vicenda personale Perché credo. Una vita per rendere ragione della fede (Piemme 2008).
Sabato 11 aprile si sono celebrate le esequie nell'Abbazia di Maguzzano dove aveva trovato una sorta di oasi di pace, riflessione e preghiera. Qui ha voluto pure la costruzione di un santuario all’aperto chiamato Madonna degli ulivi.
A presiedere la liturgia esequiale il vescovo di Verona, mons. Domenico Pompili, che nell’introduzione ha citato quanto Vittorio Messori scriveva nelle pagine conclusive di Scommessa sulla morte (1982): “È soprattutto quando ci parla dell’Eucaristia che il Vangelo si scontra con l’avarizia della nostra intelligenza e la grettezza del nostro cuore. contratti per la paura di credere troppo”.
Nell’omelia ha commentato le letture della liturgia del giorno (2 Tm 1,1-3.6-12; Sl 117; Mc 16,9-15) partendo dal finale del Vangelo secondo Marco in cui per tre volte «si fa riferimento al fatto che i discepoli non credono. Non credono a Maria di Magdala; non credono neppure ai due di Emmaus; e, da ultimo, gli Undici non credono neanche a Gesù. Credere, in effetti, non è mai scontato. Non lo è stato neanche per Vittorio. Per lunghi anni ha vissuto come se Dio non ci fosse. Fu grazie al Vangelo che ebbe modo di incontrare Gesù Cristo. E così avvenne che quelle che sembravano “ipotesi” diventassero “scommessa”, al punto da confidare: “Ciò che m’interessa è la fede, la possibilità stessa di credere, di scommettere sulla verità del Vangelo. Il resto è solo una conseguenza. Etica, società, lavoro, politica… Tutto necessario, ma assurdo, se prima non si saggia l’esistenza e la resistenza del chiodo che deve reggere ogni cosa. E quel chiodo è Gesù”. Gesù è il “chiodo”, esistente e resistente a cui Vittorio è rimasto attaccato fino allo scorso venerdì santo. Lo stesso “chiodo” della sua amata Rosanna, scomparsa quattro anni fa di sabato santo».
Ha aggiunto il Vescovo: «Vittorio più che un “orso” è stato un “uomo libero”, al punto da essere frainteso e, perfino, strumentalizzato. Era libero perché vero, reso tale dalle parole accorate dell’Apostolo al giovane Timoteo: “So infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato”. Ma come ha custodito ciò che gli era stato affidato, cioè la fede? L’ha custodita lasciandosi ispirare da Maria che nei Vangeli non ha un rilievo particolare, ma attrae per la speranza che la pervade».