Le città stanno cambiando il rapporto con la chiesa; gli abitanti con la Chiesa. Con questo piccolo gioco di parole si può riassumere un grande segno del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Ne sono emerse alcune riflessioni proprio nei giorni scorsi.
Il regista Giovanni Veronesi proponendo in anteprima venerdì 2 ottobre al Cinema Rivoli il suo nuovo film Dio ride (ne abbiamo parlato nel numero scorso con un’intervista speciale) ha anche segnalato che quando era ragazzo lui, l’edificio-chiesa era al centro di ogni paese e città, tanto che anche lui, che i genitori non portavano a frequentare le diverse liturgie, aveva ben chiaro quale fosse il centro di tutto: «In chiesa ci si andava per festeggiare i momenti più gioiosi come il matrimonio, per piangere nelle occasioni più tristi come nei funerali, per portare il peso di alcuni errori nelle confessioni, per cercare elemosina o per fare un’offerta, e così via». Oggi al centro delle grandi città, sempre più popolate e attrattive, «ci sono le grandi torri, certo belle ma che non sanno dare senso e significato alla vita».
Dalla constatazione che la chiesa non è più al centro del villaggio – in senso urbanistico e simbolico – è partito pure don Armando Matteo, segretario della Sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede. Domenica 4 ottobre, davanti a un centinaio di persone radunate in Sant’Eufemia, ha parlato del suo ultimo libro La fortuna di essere irrilevanti (San Paolo, 2026) e non solo. Una cosa è chiara secondo lui: «Della Chiesa in Occidente nessuno si aspetta più nulla. Il cittadino medio occidentale nasce, vive e muore senza che il Vangelo abbia più rilevanza per le questioni decisive della sua esistenza e senza riconoscere in Gesù una risorsa feconda per la sua felicità». Continua specificando: «Il vecchio tempo antico prevedeva la parrocchia come vera e propria fontana del villaggio, attorno alla quale ci si ritrovava; le campane come suono che dava il ritmo delle giornate; le festività religiose a scandire le settimane e i mesi».
La fine della cristianità ha tratti visibili molto evidenti anche nei luoghi in cui viviamo: le piazze erano i luoghi delle grandi adunate in occasione delle feste patronali o di solennità come il Corpus Domini e ora sono vuote; i capitelli dei santi sono sostituiti dalle insegne pubblicitarie; le vie un tempo servivano a unire le case alla chiesa e ora sono un susseguirsi di negozi come in una post-moderna e pagana Via crucis; gli ambienti parrocchiali sono deserti, se non per qualche anziano che il più delle volte è lì per sentirsi ancora utile e produttivo. «D’altronde – sottolinea don Matteo – negli ultimi decenni abbiamo assistito a un cambiamento d’epoca per cui è stato eliminato il piano del trascendente e i riferimenti sono totalmente variati. Siamo in una stagione caratterizzata dal benessere, per cui non abbiamo più il problema del mangiare, ma in caso del fare la dieta; dalla longevità che ha portato alla cancellazione della parola vecchiaia; da una tecnologia che, a partire dalla lavatrice, ci ha permesso di guadagnare un sacco di tempo; da una conoscenza medico-chirurgica che ci fa dominare il dolore; da un’inedita possibilità di autoaffermazione, spesso coincidente con il narcisismo, che ci ha fatto perdere ogni pudore, anche del prete. Insomma, siamo nell’abbondanza, come dimostrano il brulicare in ogni paese o quartiere di pizzerie, birrerie, negozi per la cura persona e quant’altro».
E qui una stoccata bella forte: «Abbiamo una spiritualità da “valle di lacrime” come recitiamo nel Salve regina mentre le nostre città si presentano come un luogo di benessere e sovrabbondanza. La società ci dice che se non siamo felici è perché non abbiamo ancora comprato quella o quell’altra cosa; e noi continuiamo con quella “pastorale della consolazione” che ormai non dice più nulla a nessuno. In questo modo cade il motivo e il compito della Chiesa, ovvero portare Gesù a tutti e portare tutti a Gesù».
La chiesa (con la “c” minuscola ma anche con quella maiuscola), anche se non è più il centro del villaggio è chiamata ad essere ancora il luogo in cui chiunque può incontrare e innamorarsi di Gesù: «Altrimenti non serve semplicemente a niente e a nessuno». Per fare questo, secondo don Armando Matteo bisogna ripartire dalla motivazione che porta oggi alla fede: «Trovare la vera luce per il mistero dell’essere umano». Per questo sono due le vie fondamentali: quella della testimonianza di una vita realmente ispirata a Gesù e quindi, inevitabilmente, alternativa alla logica del “non badare a spese” tipica della pubblicità e di un’assolutizzazione della giovinezza; quella dell’assunzione della gioia come tema centrale del discorso cristiano, in un’epoca dominata da un’insoddisfazione di massa.
Tutto questo, secondo lui, comporta anche delle trasformazioni strutturali: ripartire dalle parrocchie, ma avendo il coraggio di dire che alcune parrocchie vanno semplicemente chiuse perché insostenibili. Ripensare i luoghi formativi, celebrativi e assistenziali perché siano davvero accoglienti e rendano possibile la proposta di amicizia che viene da Gesù.
Senza dimenticare di essere una Chiesa che sa deludere e sa dare fastidio quando parla di dignità umana: «Questa è la fortuna di essere irrilevanti, con tutta la libertà che porta con sé».