Sanzioni, embarghi economici, conflitti, sconfinamenti militari, evacuazioni di massa, profughi che fuggono dalle guerre sono una costante delle tribolate vicende che attraversano il Medio Oriente. Ogni volta possono cambiare i rapporti di forza, talvolta nuovi territori sono soggetti a invasioni e controlli militari, alcuni regimi vengono rovesciati, altri resistono dopo lunghe guerre civili. Gli interessi economici si intrecciano con millenarie divisioni etniche, religiose e confessionali, sempre cavalcati da potenze regionali e mondiali per cambiare a proprio vantaggio gli equilibri di una regione strategica sul piano geopolitico.
Analisti, politici e operatori economici si interrogano costantemente sui cambiamenti in atto, cercando di adattare previsioni e interventi. L’elemento invariabile rimane la complessità dell’intrico, fatto di tante tessere che configurano un quadro di fatto inestricabile, anche per chi si ostina a cercare le chiavi di una possibile stabilizzazione.
Volendo tracciare delle linee di interpretazione degli eventi che si susseguono, è utile partire dalle faglie tutte interne al mondo musulmano, tra sciiti e sunniti in primis e poi tra i partiti fondamentalisti islamici e i regimi laici del mondo arabo sunnita.
L’ennesima dimostrazione è data da fatto che l’Iran sciita, attaccato da Stati Uniti e Israele, reagisca con eguale forza contro Israele e gli stati arabi sunniti del Golfo Persico. L’Iran e tutte le sue diramazioni mediorientali (Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Kataib Hezbollah in Iraq, gli Houthi nello Yemen, per citare le principali) costituiscono il fronte opposto all’alleanza tra le monarchie sunnite del Golfo, allargata a tutti gli altri Stati sunniti del Medio Oriente: Egitto, Giordania, metà del Libano e ora, dopo la rivoluzione del nuovo presidente Ahmed al-Sharaa, anche la Siria. Israele, il grande antagonista di Teheran sulla scena mediorientale, diventa così un alleato di fatto per chiunque si opponga all’Iran sciita e alla sua influenza.
Nel mondo islamico si scontrano due modelli di potere. Da un lato i governi autocratici sunniti che combattono ogni interferenza dell’islam in politica, all’interno contro i partiti e i movimenti musulmani che vorrebbero instaurare regimi di stampo religioso, all’esterno contro la penetrazione dell’influenza dell’Iran, che invece è guidato da una suprema autorità religiosa, il grande ayatollah che assomma poteri politici e religiosi. In sintesi nelle autocrazie sunnite la religione islamica ha un potere riconosciuto, ampio e esteso, nella e sulla società civile; ma è esclusa rigorosamente da qualunque partecipazione al potere politico; al contrario, in Iran l’islam è tutt’uno con il potere politico.
Per le classi dirigenti sunnite, nemmeno la questione palestinese, che passa in secondo piano rispetto all’impellenza di contenere l’Iran, diventa un fattore di rottura con Israele. Gli interessi economici che legano le economie del Golfo all’Occidente, in particolare agli Stati Uniti, sono enormi: investimenti militari, innovazione ambientale e tecnologica, materie prime, edilizia. In questo quadro un ruolo importante è svolto anche da Europa e India e in prospettiva anche dallo stesso Israele.
L’Iran rimane invece nell’orbita russa e cinese, con tassi di sviluppo economico molto bassi rispetto alla scintillante ricchezza degli emirati e delle monarchie del Golfo. Naturale, ovvio che di fronte all’aggressione militare di Stati Uniti e Israele l’Iran reagisca violentemente non solo contro lo Stato ebraico e le basi americane della regione, ma contro le infrastrutture civili e energetiche dei suoi nemici arabi sunniti del Golfo.
Nel loro attacco contro l’Iran, gli Stati Uniti sembrano non aver messo in conto l’entità delle possibili rappresaglie di Teheran, che sulla preparazione alla guerra, la permanente mobilitazione delle forze armate e anche la distribuzione territoriale autonoma dell’organizzazione militare tra 31 province ha costruito la sua forza di risposta e resilienza. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha inferto un duro colpo all’intera economia occidentale e rappresenta una carta che l’Iran può sempre giocare contro gli attacchi esterni.
Israele, invece, prosegue le proprie campagne militari contro i nemici della regione. Dopo Hamas nella Striscia di Gaza, al momento occupata per il 53% del territorio, è la volta del sud del Libano, dove il governo israeliano intende per l’ennesima volta costituire una fascia di sicurezza liberata da Hezbollah fin quasi a ridosso del fiume Litani. Eventuali accordi politici tra Gerusalemme e Beirut vanno letti in chiave anti-Hezbollah, considerato una minaccia interna anche dai sunniti e i cristiani libanesi.
Il primo ministro israeliano Netanyahu, che dovrà affrontare difficili elezioni politiche quest’anno, sembra giocare tutte le sue carte sui successi militari e sull’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, dove non si fermano le violenze contro la popolazione locale palestinese.
Un ruolo a parte è ricoperto dalla Turchia, membro della Nato e guidata da un partito musulmano sunnita al potere, che punta a ergersi come faro regionale per il riscatto dell’islam politico. Il suo presidente Erdogan riesce a giocare con grande disinvoltura e abilità su più tavoli contrapposti. Alleato degli Stati Uniti e dell’Occidente, si propone come garante di una possibile stabilità del Medio Oriente che stemperi le tensioni tra l’Iran e l’islam sunnita, indicando Israele e in particolare il governo Netanyahu come la principale minaccia alla pace nella regione, ma tralasciando il fatto che Israele riceva la propria forza militare e legittimità politica nell’area proprio dai suoi rapporti diretti con gli Stati Uniti e indiretti con il mondo arabo sunnita.
E allora: le guerre condotte in questi mesi in Libano, in Iran e nel Golfo Persico quale eredità lasceranno all’intero Medio Oriente?
La conseguenza più probabile è un senso di insicurezza che attraverserà gli alleati regionali degli Stati Uniti, che non sono riusciti a impedire le risposte militari dell’Iran alle loro infrastrutture civili. L’Iran sta dimostrando tutta la sua capacità di resistenza militare e di ricatto attraverso il controllo dello Stretto di Hormuz. L’economia occidentale è stata destabilizzata, le monarchie del Golfo intaccate nel loro ruolo strategico per le forniture di materie prime energetiche, il regime iraniano non sembra ancora vacillare.
Ottime notizie per la Cina, rinvigorita dalle difficoltà dell’amministrazione americana impantanata in avventure militari inefficaci, nell’ambito di un confronto che il tempo sembra destinato a trasformare nella sfida per la supremazia mondiale. Per ora, la Cina “prende appunti” e si regola per il futuro prossimo.