Il prete americano che tesse la rete di solidarietà umana

Padre David e l’impegno per aiutare i più deboli in questi tempi

| DI Pietro Busti

Il prete americano che tesse la rete di solidarietà umana

Padre David Inczauskis

In questo mondo polarizzato in cui le violenze sembrano non fermarsi, non è semplice comprendere e assumere il ruolo di cristiani. Occorre essere avvertiti rispetto alle narrazioni dominanti e capire come e quando schierarsi, senza scadere in un’ulteriore ideologia. Si tratta forse di ritrovare continuamente un buon equilibrio tra la profezia (fatta anche di denuncia e gesti di rottura) e la nonviolenza. 
In questi mesi negli Stati Uniti d’America, precisamente nella diocesi di nascita di papa Leone XIV, la comunità cattolica ha creato la Coalition for spiritual and public leadership (Cspl), a supporto dei migranti detenuti dalla Polizia Federale a Chicago. È attualmente composta da circa 10mila persone, con intere parrocchie che ne fanno parte, e un nucleo centrale di circa 45 che si riunisce una volta al mese. 
Tra i membri, padre David Inczauskis, un prete gesuita poco più che trentenne, che ha scelto di dedicare la sua vita alla difesa dei poveri. Un giovane energico, entusiasta e profondamente ironico; un gesuita difficilmente inquadrabile tra progressisti e tradizionalisti; un uomo spirituale e per questo profondamente incarnato. «L’idea – ci racconta – è quella di decidere insieme quali azioni intraprendere, quali campagne portare avanti. Nell’agosto 2025, ad esempio, Trump ha annunciato l’operazione Midway Blitz, che prevedeva l’invio di un numero maggiore di agenti dell’immigrazione, della Guardia Nazionale e della Polizia di Frontiera a Chicago, per effettuare arresti e deportazioni di massa. Allora, abbiamo riflettuto su come rispondere a questa notizia. La prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di andare alla base navale fuori Chicago, dove Trump aveva detto che questi agenti delle forze dell’ordine sarebbero stati alloggiati. Abbiamo organizzato una grande manifestazione di resistenza. L’idea era quella di denunciare i mali della detenzione e della deportazione. Quella prima azione ha coinciso con il giorno in cui un cittadino di Chicago è stato ucciso dall’Immigration and Customs Enforcement, che noi chiamiamo Ice. Si tratta di Silveiro Villegas Gonzalez, ufficialmente ucciso mentre tentava di investire gli agenti con la sua auto, ma le immagini video raccontano che, in realtà, voleva allontanarsi dalla Polizia per non essere fermato con il figlio a bordo, sapendo che a volte arrestano gli immigranti anche in possesso di documenti. Quindi la nostra azione successiva è stata quella di organizzare, insieme alla sua famiglia e al Vescovo, una veglia di preghiera per il suo funerale».
Nel frattempo, in un sobborgo di Chicago è stata aperta una struttura di smistamento in cui le persone vengono lasciate ben oltre i tempi limite previsti dalla legge: «Non si occupano di procedure, ma è diventato un centro di detenzione. Quindi abbiamo presentato una richiesta perché, se è così, quelle persone dovrebbero poter ricevere la comunione, la confessione e tutto ciò che qualcuno potrebbe ricevere in un centro di detenzione. Quindi abbiamo presentato una richiesta all’Ice, chiedendo di poter andare a offrire assistenza pastorale. Ora, curiosamente, sotto Biden, suore e sacerdoti cattolici andavano regolarmente in questa struttura per offrire la comunione; durante Trump non è stato loro permesso, ci è stato impedito di entrare e siamo stati allontanati. 
Ci sono state fornite diverse motivazioni. La prima era che dovevamo comunicare la nostra visita con sette giorni di anticipo; in realtà lo avevamo fatto, ma chiamando solo la Polizia; quindi ci siamo tornati il 1° novembre, circa tre o quattro settimane dopo, e questa volta abbiamo consegnato di persona la lettera e mandata anche ai media. Il 1° novembre abbiamo celebrato una messa fuori dalla struttura, nel giorno di Ognissanti. E quel giorno, circa 2mila cattolici hanno partecipato, tra cui un vescovo e i provinciali di Clarettiani e Scalabriniani. Al termine, hanno cercato di entrare anche con alcune suore e laici, ma sono stati nuovamente respinti; questo ci ha spinto ad avviare un procedimento legale e il caso è ancora in corso».
La domanda che sorge è il perché di queste azioni e di tale ostinazione da parte di questa coalizione. Chiarisce padre Inczauskis: «Direi che lo spirito alla base è il desiderio di mostrare il significato della comunione. Perché la comunione riguarda Cristo che è presente nella Chiesa e il cui corpo, come sappiamo, è la Chiesa, ma anche l’Eucaristia. Quindi vediamo che qui l’Ice sta cercando di separare questa comunione. Perché queste sono persone che frequentano le nostre chiese a Chicago, che vengono strappate dalle loro famiglie e dalla tavola eucaristica. Nel giorno di Ognissanti, abbiamo posto l’accento sulla comunione dei santi, mostrando pure che stiamo facendo questo in continuità con la tradizione dei santi cattolici che hanno difeso la giustizia e la comunità latino-americana. Prossimo grande appuntamento il Mercoledì delle Ceneri quando con il cardinale Blase Cupich celebreremo una Messa di solidarietà con i migranti nelle strade di un quartiere preso di mira a Chicago».
Il gruppo tiene insieme, in una buona tensione, sensibilità differenti accomunate dall’idea che l’Eucaristia chiama sempre alla conversione, dalla scelta di una via umile e genuina, dalla decisione di non cercare mai la provocazione. «Una complessità, del resto – continua il gesuita – che riguarda tutto il cattolicesimo negli Stati Uniti con cattolici tradizionali nell’amministrazione e una divisione circa a metà tra votanti per i repubblicani e i democratici». 
Conclude a partire sempre dalla Cspl: «Si tratta di una fede che prende vita, che chiama a discernere profeticamente quali sono i passi da fare, ritrovando nella ricerca della giustizia e nella difesa dei più deboli la fede di sempre che prende vita. E questo accade ed è possibile non quando sono solo, ma nel gruppo». 

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