Non comincia con “C’era una volta”, perché il protagonista c’è ancora e si chiama Ambrogio Da Re, oggi ha 46 anni, lavora come autista e conduce una vita normale. Eppure, secondo la medicina degli anni Ottanta, non avrebbe dovuto superare la sua infanzia. La sua è una favola vera, iniziata nel 1984 e raccontata il 5 e 6 febbraio scorsi nelle biblioteche di Calcinato e di Desenzano del Garda da Vittorio Pierobon, giornalista e scrittore, già presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, autore del libro Per Ambrogio – Il bimbo salvato dalla generosità di Veneti e Friulani edito da Supernova (2025).
Ambrogio nasce nel 1978 a Cavanella d’Adige, un piccolo paese nelle campagne fuori Chioggia, figlio di Giorgio, falegname della Actv (l’azienda di trasporto della laguna), e Daniela, casalinga. Fin dai primi mesi di vita emerge una diagnosi senza speranza: atresia delle vie biliari, una rara malformazione che impedisce alla bile di defluire dal fegato, portandolo progressivamente alla distruzione dell’organo. All’epoca non esistono cure risolutive in Italia: solo palliativi per rallentare un decorso considerato inevitabilmente letale.
Il piccolo Ambrogio porta i segni della sua malattia: i suoi occhioni grandi e curiosi sono presto incorniciati da un colorito giallognolo. L’unica speranza per lui è un trapianto di fegato, intervento allora sperimentale e praticato solo negli Stati Uniti, con costi enormi e rischi altissimi. È qui che entrano in scena i veri eroi di questa storia: i genitori, che si mettono in moto per dare un futuro al loro bambino. Due persone semplici che, senza mezzi economici, senza internet, senza conoscenze, decidono di non arrendersi. Una mattina papà Giorgio decide di andare alla redazione del Gazzettino per chiedere aiuto, perché “con la sua autorevolezza il giornale apriva molte porte, inaccessibili al cittadino comune”. Così il signor Da Re arriva alla portineria del giornale, che da poche settimane aveva una nuova proprietà – un gruppo di imprenditori del Nordest – e un nuovo direttore, Giorgio Lago, giornalista sportivo che godeva di grande popolarità. La loro battaglia diventa presto collettiva grazie all’intuizione proprio del direttore Lago e dell’allora caporedattore della cronaca di Mestre, Mario Rapisardi, e al ruolo decisivo del Gazzettino, che lancia una raccolta fondi senza precedenti nel Nordest.
In poche settimane vengono raccolti oltre seicento milioni di lire, una cifra enorme per l’epoca, destinata non solo a salvare Ambrogio, ma anche altri pazienti. Infatti, il costo del viaggio e dell’intervento era stato stimato di 500 milioni di vecchie lire, ma alla fine, grazie a molteplici aiuti, tra cui la presidente della Croce Rossa Italiana, Maria Pia Fanfani (moglie dell’allora senatore Amintore Fanfani), riusciranno a risparmiare quasi 400 milioni da destinare a decine di altri bambini bisognosi di cure.
Nel 1985 Ambrogio viene operato al Children’s Hospital di Pittsburgh dall’équipe del prof. Thomas Starzl, il “Barnard dei trapianti di fegato”, affiancato da vari assistenti tra cui il giovane medico italiano Bruno Gridelli, di 32 anni, divenuto “l’angelo custode” dei Da Re. Determinante anche l’uso di un nuovo farmaco anti-rigetto, la ciclosporina. Se Ambrogio fosse nato solo qualche anno prima la sua sorte sarebbe stata fatalmente segnata.
Attorno a quella famiglia si stringe davvero il mondo intero: il presidente della Repubblica Sandro Pertini dona personalmente un milione di lire; Maria Pia Fanfani facilita la permanenza negli Usa con un appartamento a uso gratuito, la vicenda arriva fino a Hollywood, suscitando l’interesse perfino di Frank Sinatra.
Ambrogio sopravvive grazie all’intervento, avvenuto nella notte tra i 6 e il 7 dicembre 1985. Il suo trapianto è reso possibile grazie a Gaia (nome di fantasia), una bambina di due anni deceduta in un incidente, e l’intervento è seguito in diretta da un emozionato inviato del Gazzettino, Roberto Ottomaniello. Dopo qualche mese, Ambrogio rientra nel Belpaese “senza più gli occhi gialli” e cresce seguito con dedizione dalla dott.ssa Lucia Zancan, dell’Ospedale di Padova, che diventa per lui una “seconda madre”. Oggi è il trapiantato di fegato più longevo d’Italia. Suo padre Giorgio, scomparso negli anni successivi, ha rifiutato per lui la pensione d’invalidità: voleva che fosse considerato guarito, capace di lavorare e vivere come tutti. Ambrogio ha realizzato il suo sogno di diventare autista dell’Actv e si è sposato con Arianna, da cui ha avuto un figlio.
Come ha ricordato Pierobon negli incontri bresciani, questa non è solo la storia di un bambino salvato, ma il racconto di un giornalismo che «seppe essere riferimento e comunità, di un territorio che seppe riconoscersi unito e solidale nonostante le fatiche del tempo, di una famiglia che trasformò la disperazione in speranza». Una favola vera, senza magie, ma «con un lieto fine costruito dal coraggio umano, di due “super eroi” di nome Giorgio e Daniela, che hanno fatto dell’amore una medicina di salvezza nonostante la speranza fosse pari a zero».