Un visore sugli occhi, una mano tesa e un’emozione che attraversa il tempo. È questa l’immagine più potente dell’evento finale del Virtual Reality Care Lab, andato in scena presso la Fondazione Gobetti, dove tecnologia e umanità si sono incontrate in un’esperienza intergenerazionale capace di lasciare il segno.
L’iniziativa, inserita nel progetto “Opportunità per Crescere”, ha visto protagonisti giovani e anziani in un dialogo inedito, mediato dalla realtà virtuale. I ragazzi hanno sviluppato prototipi immersivi pensati per migliorare la qualità della vita degli ospiti delle residenze Adoa, offrendo esperienze sensoriali, ricordi guidati e nuovi modi di vivere la relazione.
Tra i momenti più toccanti, quello di una nonna ospite della struttura che, indossando il visore, si è ritrovata in un ambiente familiare, evocativo, quasi sospeso tra memoria e sogno. Le lacrime hanno iniziato a scendere lentamente, mentre accanto a lei la più giovane delle progettiste del laboratorio, 18 anni, si commuoveva a sua volta. Due generazioni, due storie diverse, unite da un’esperienza condivisa che ha reso tangibile il senso profondo del progetto: la tecnologia come ponte, non come limite.
Il Virtual Reality Care Lab nasce dalla collaborazione tra Fondazione Gobetti, Adoa, Edulife, Il Villaggio l'hub e l'Albero delle Possibilità, conAdoa e altri partner del territorio, tra cui realtà del Terzo settore impegnate nell’innovazione sociale e nell’inclusione.
Un ecosistema progettuale che dimostra come la contaminazione tra competenze educative, sociali e tecnologiche possa generare soluzioni concrete per le fragilità contemporanee. Non si tratta solo di sperimentazione, ma di una visione: costruire modelli innovativi di cura intergenerazionale, replicabili, sostenibili e centrati sulla persona.
Ad aprire l'evento Arianna Montagnoli, responsabile di area di Fondazione Gobetti; Elena Mattioli, tutor del corso e Tomas Chiaramonte, direttore dell'ente capofila del progetto.
«Oggi non abbiamo semplicemente presentato dei prototipi – ha detto Chiaramonte –: abbiamo dimostrato che il futuro della cura può essere costruito insieme, mettendo al centro la dignità della persona e il valore della relazione tra le generazioni. La tecnologia, se guidata da una visione etica, diventa uno strumento straordinario per generare umanità. E quando un giovane si commuove insieme a un anziano, significa che abbiamo già vinto la sfida più importante: quella di restare umani, di generare comunità curanti».
Un messaggio chiaro, che guarda avanti senza perdere le radici. Perché, come emerso tra visori, sorrisi e lacrime, il vero progresso non è solo innovazione: è alimentare i legami e le connessioni tra le persone.