Il gesto del tendere il braccio è fondamentale. Ma dietro al prelievo che inizia sul lettino e alla raccolta ad esempio di una sacca di sangue, si spalanca un mondo che coinvolge molte persone: dai pazienti ricoverati negli ospedali ai medici che se ne prendono cura, fino a chi lavora nei laboratori per fare analisi o produrre farmaci. In questa articolata catena, che è composta da numerosi e fondamentali anelli, non mancano i volontari delle associazioni di volontariato e, ancora, gli stessi donatori.
Questo è il mondo che ha affascinato fin da subito il dott. Giorgio Gandini (nella foto), 68 anni, dal 1° maggio in pensione dopo essere stato per 40 anni a capo del Dimt, il Dipartimento di Medicina trasfusionale dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona. Dov’era arrivato come specializzando prima in Medicina interna e poi in Ematologia, nel marzo del 1986, dopo essersi laureato in Medicina e chirurgia all’Ateneo scaligero.
Da questo osservatorio ha visto cambiare ed evolvere la Medicina, oggi ancora più attenta ai consumi e che si avvale di tecniche chirurgiche che favoriscono un «buon uso del sangue, che si trasfonde solo quando è davvero necessario». Un cambiamento non solamente delle tecniche ma di cultura che ha interessato anche il momento in cui avviene l’atto della donazione, oggi eseguita presso i Centri trasfusionali e le Unità di raccolta (15 in totale), dunque in un ambiente sanitario in cui si opera in sicurezza, i quali a loro volta sono parte di un’organizzazione in rete. «Per cui regioni che raccolgono bene, come il Veneto, aiutano altre più carenti, portando l’Italia ad essere ormai da tanti anni autosufficiente per quanto riguarda il sangue», premette.
Sulla flessione delle donazioni di sangue intero che in effetti si è registrata pure nel Veronese (–4,5%), passando lo scorso anno dalle 49mila a circa 47mila, hanno giocato fattori antropologici, sociologici, individualistici. Calo demografico in primis, unito all’invecchiamento progressivo della popolazione e di conseguenza dell’assottigliarsi delle fila dei donatori storici. Però, volendo cercare di guardare sempre il bicchiere mezzo pieno, secondo il dott. Gandini «quei 30mila donatori veronesi attivi rappresentano un buon numero assieme ai 5mila aspiranti donatori che abbiamo stabilmente ogni anno e le circa 3.500 nuove donazioni». Ovviamente si può fare meglio e segnali positivi si sono registrati già nei primi mesi di quest’anno. Ma sono da mantenere. Allora il messaggio che resta valido, insiste, è «cercare di portare più gente possibile a donare il sangue, perché più ne hai e meglio è, perché ci sono i momenti di difficoltà. E cercare di fidelizzare un pochino di più i giovani ad effettuare almeno due donazioni all'anno, una di sangue e una di plasma». Plasma che oggi è fondamentale: «Una piccola parte viene usata clinicamente mentre la restante viene inviata ad aziende farmaceutiche convenzionate e contrattualizzate per la lavorazione industriale e la produzione di farmaci plasmaderivati che sono dei salvavita e il cui uso in ambito clinico sta crescendo anche in Italia».
Qui entrano in gioco, ancora una volta, i donatori. «Sono tanti e sono tutti bravi. È commovente vederli arrivare al Centro trasfusionale in numeri significativi, mettersi in posa per una fotografia di gruppo e portare una torta per festeggiare l’ennesima donazione. Ci sono tante famiglie composte da padri che accompagnano i figli e credono profondamente in questo tipo di volontariato. Che resiste in una società votata all’individualismo», racconta l’ematologo. Ex donatore, con la sua prima donazione effettuata durante il servizio militare, che non poteva non aver trasmesso tra i suoi familiari – la moglie e i due figli – questa forma di mettersi a disposizione del prossimo. «Come famiglia possiamo dire di aver superato in totale le 100 donazioni», confessa, con una punta di orgoglio.
Quello del dono del sangue è un volontariato “resistente”. Una dedizione che fa ben sperare e che ha accompagnato come un sottile filo rosso la carriera decennale del dott. Gandini. Tra soddisfazioni raccolte a livello sia umano, ricambiato dai saluti dei donatori che tuttora incontra, sia professionale, che l’hanno portato a ricoprire altri incarichi a livello locale e nazionale. A vedere ad esempio Verona diventare sede del Registro interregionale per il Veneto e il Trentino per le donazioni di cellule staminali. «Cellule – come ci tiene a puntualizzare – che da Verona arrivano a salvano vite, letteralmente, in ogni continente del mondo».
Risultati tangibili. Come quando quel circolo virtuoso che inizia semplicemente tendendo il braccio su un lettino di un Centro trasfusionale e trova concretezza in una sacca di sangue utilizzata in sala operatoria o in un farmaco realizzato con il plasma. Nel mezzo ci sono analisi, lavorazioni, protocolli scrupolosi da seguire; lacrime, sorrisi e impegno profuso da tante persone. «Siamo stati i primi nel 2015 a centralizzare all’ospedale di Borgo Roma, l’attività di lavorazione del sangue», ricostruisce l’ex primario, che ora finalmente può ricavare del tempo per sé e per fare il nonno. Molto è cambiato insomma da quando il sangue si raccoglieva nelle bottiglie di vetro oppure si usavano le unità mobili (autoemoteche) per la raccolta diretta nei paesi, raggiungendo i donatori nelle piazze all’ombra del campanile. «A non essere cambiata – conclude – è la gioia del poter donare liberamente». Con la consapevolezza di riuscire, davvero, a cambiare in meglio la vita di tante persone.