Eccoli i boomers!

Tanti, svegli, attivi ma non chiamateli vecchi

| DI Marta Bicego

Eccoli i boomers!
C’è il settantenne che impara una lingua straniera molto difficile, come il cinese, per riuscire a dialogare con il nipotino. E c’è il sessantacinquenne che si cimenta in un videogioco di ruolo, sfidando on line il nipote che vive dall’altra parte del mondo per mantenere con lui un legame, sebbene fino a quel momento avesse poca dimestichezza con le tecnologie. Non manca certo l’intraprendenza ai protagonisti della “rivoluzione d’argento” che, in modo silenzioso ma profondo, è in atto nella nostra società. E che fa rima con longevità.
«Si tratta di una trasformazione epocale, che non c’è mai stata prima nella storia dell’umanità», osserva Rossana De Beni, presidente della Società italiana di Psicologia dell’invecchiamento e prof.ssa senior di Psicologia presso l’Università di Padova. «I matusalemme, i grandi vecchi, sono sempre esistiti ma erano delle eccezioni, singoli casi» e l’autrice lo spiega nel libro Vivere a lungo, vivere bene. Psicologia, scienza e arte della longevità (Città Nuova).
Oggi invece la longevità riguarda una platea piuttosto ampia: «Molte persone nate nello stesso periodo e che hanno condiviso gli stessi eventi storici, lo stesso ambito politico e culturale. È la generazione dei boomers, che dimostrano in media 10 anni in meno rispetto a quella che è la loro età anagrafica». Che hanno ricevuto istruzione, vaccinazioni, alimentazione adeguata. Che hanno vissuto con più comodità rispetto ai genitori.
I numeri aiutano a inquadrare meglio la situazione: «Se all’inizio del Novecento l’aspettativa di vita in Italia non andava oltre i 35-40 anni, ora supera gli 82». L’Onu stima che, entro il 2050, ci saranno 2 miliardi di persone sopra i 60 anni.
– La longevità, lei lo conferma, è un fenomeno nuovo legato a una maniera diversa di affrontare gli anni che passano e alla capacità di rendere questo tempo pieno oltre che dignitoso. Qual è la sfida che ci attende?
«In queste fasce d’età, la sfida è continuare a vivere nel cambiamento. Noi cambiamo ogni giorno. Se guardiamo le fotografie, ci vediamo diversi fisicamente: i segni del tempo sono massicci sia nei nostri organi interni che nell’aspetto fisico. Dobbiamo accettarli, avendo consapevolezza di questo cambiamento e valorizzando i punti di forza per continuare a vivere con pienezza e significato, senza la pressione del dover fare sempre tutto in fretta. In un tempo che si dilata, si può entrare nella dimensione in cui, quando siamo consapevoli di aver fatto tutto quello che potevamo fare, va bene così. La longevità rivoluziona tutti i parametri che finora abbiamo ritenuto validi».
– La società è pronta a tenere il passo rispetto a questo cambiamento?
«La politica non è pronta e la società non vuole vedere, non è preparata. Ci sono preoccupazioni dal punto di vista sanitario e si pensa, ad esempio, allo tsunami di quando ci saranno tante persone vecchie da curare. In questo caso, bisogna capire cosa si intende per malattia: è la mia artrosi, che però tengo sotto controllo, ma mi permette comunque di fare tutto ciò che desidero? Gli anziani sono differenti tra di loro. Moltissimi potranno dare una mano agli altri e questa è la prospettiva del nuovo welfare che si prospetta. Una concezione del lavoro che non è quella dell’uscire e andare in pensione per far posto, ad ogni costo, a qualcun altro. Non funziona così. Quindi il mercato del lavoro dovrà essere ripensato. Ci si preoccupa di chi pagherà le pensioni ai giovani quando un terzo della popolazione avrà più di 65 anni? Ma adesso non sono i nipoti ad essere mantenuti dai nonni? Quello dell’invecchiamento è un campo interessante e insieme molto complesso, nel quale la longevità può essere un dono, una risorsa per tutti, ma solo se la capiamo e ci prepariamo al cambiamento, adeguandoci a livello sociale».
– Ma come?
«Bisogna pensare a situazioni abitative, a una diversa solidarietà e a nuove connessioni. A supporto ci sono le evidenze scientifiche: secondo il modello della psicologa Laura Carstensen, la consapevolezza di avere davanti anni limitati fa cambiare la prospettiva e i valori. Non mi importa avere ancora di più, ma vivere intensamente e poter godere appieno delle cose che ho sia dal punto di vista materiale che intellettuale, spirituale, affettivo».
– Nel suo libro parla di curare e prendersi cura, non solo di sé ma degli altri. Perché la cura aiuta a trasformare il tempo in pienezza?
«Curare se stessi, e prendersi cura degli altri, è legato un modello psicologico che viene chiamato Soc (selezione, compensazione, ottimizzazione), secondo cui utilizziamo meglio le nostre risorse cognitive se ne abbiamo di meno. Questa selezione non implica una rinuncia, ma una compensazione nel vivere ancora intensamente e nell’ottimizzare ciò che facciamo, pensando alle generazioni future. Così continuiamo ad essere contenti di noi stessi e riconosciuti per le nostre capacità. Qui è necessario un impegno sociale e culturale. La longevità ci dà questo tempo avanzato che sta davanti a noi, che è un dono meraviglioso per diventare più umani a 360 gradi. In cui pensare appunto a cosa conta davvero nella vita: voglio vivere ripensando sempre al passato e con l’ansia per il futuro? O voglio vivere pienamente, qui e ora, il tempo che mi resta?».
– Esiste un confine labile tra invecchiare attivamente e non voler invece invecchiare a tutti i costi. Cosa ne pensa?
«La vecchiaia non è una malattia che si cura. L’anti-aging, la medicina volta a rallentare l’invecchiamento, ha mostrato tutti i suoi limiti. È una follia pensare di fermare il tempo e restare eternamente giovani. Oggi tante signore si tengono i capelli bianchi e le rughe, ma per rallentare la debolezza muscolare e la perdita dei muscoli, fa bene praticare attività fisica nel verde o andare a fare la spesa nelle nostre belle piazze, fare i conti di quanti soldi abbiamo per mantenere attivo il cervello, portare a casa due borse della spesa ben bilanciate, cucinare delle cose buone che fanno star bene chi ci è accanto e ci mantengono in salute. A tutte le età ci sono perdite, che dobbiamo accogliere e compensare per diventare più bravi, e guadagni da valorizzare per condividerli con il partner, i figli, i nipoti, la comunità intera».
– Perché serve un patto tra generazioni?
«Studiare la longevità deve essere un compito della nostra politica nel trovare nuove soluzioni, perché continuando a vivere così non è possibile essere contenti e le diverse generazioni devono trovare un accordo. Nel mio libro parlo di un patto tra generazioni in modo tale che si possa godere insieme di questo mondo meraviglioso e di questi anni che ci sono stati dati in dono».
– In questo senso la longevità è anche una responsabilità?
«È una responsabilità mantenersi in una buona salute psicofisica, coltivare quelle che la psicologia positiva chiama virtù salutari, perché sono pratiche che permettono di vivere più sani dal punto di vista psicofisico e consapevoli. La memoria autobiografica ha un ruolo fondamentale nell’equilibrio psicofisico della persona però non deve diventare rimpianto ma gratitudine nel ripensare a ciò che ho fatto in passato e posso continuare a fare seppure in maniera diversa. Si parla spesso di anziani come se fossero uguali tra loro cioè malati, brontoloni o depressi. Invece, secondo i dati e la mia esperienza anche clinica, differiscono tra di loro. La vita riserva strade differenti, per cui ognuno diventa il prototipo di se stesso, affronta un percorso in base alla sua identità e storia. Anche per questo è meravigliosa la longevità: ci permette davvero di diventare chi possiamo essere».

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