Chiara e Marta Vacchini, sorelle di Lugagnano di Sona, hanno deciso all’insaputa l’una dell’altra, di candidarsi per un anno in servizio civile internazionale. Entrambe selezionate, stanno per partire proprio in questi giorni per l’Africa. Chiara, la più grande, fa parte del gruppo della casa, cioè il gruppo di volontari stretti, del Centro pastorale giovanile e partirà con un progetto di Caritas italiana. Marta, invece, è volontaria al Centro missionario diocesano, nel settore Missio Giovani, e partirà con l’associazione Papa Giovanni XXIII. Le abbiamo intervistate a pochissimi giorni dalla partenza per le rispettive esperienze.
Vengo dalla Caritas... La più grande dei fratelli Vacchini è Chiara, 26 anni, studente all’università di Bergamo nella laurea magistrale in Diritti umani, migrazioni e cooperazione internazionale. Chiara è una viaggiatrice: l’anno all’estero alle superiori in Austria, l’Erasmus in Germania, un mese all’expo di Dubai in rappresentanza della Santa Sede, è appena rientrata da sette mesi in Marocco per un tirocinio con l’università. E ora arriverà la Sierra Leone. «Il Marocco mi ha aiutato tanto a scegliere il passo successivo. Ho capito che il servizio civile sarebbe stata un’esperienza incredibile e mi sono data il permesso di candidarmi, nonostante manchi pochissimo alla fine dei miei studi. E così ho aderito alla proposta di Caritas Italiana in Sierra Leone, alla Caritas Makeni e sono stata scelta. Quando partirò? Manca pochissimo. I primi giorni di ottobre».
– Dove si inserirà?
«Principalmente in un progetto legato alla migrazione di ritorno. A Makeni c’è un centro di ascolto per migranti; avremo poi tutta una progettualità sulla sensibilizzazione nelle scuole e nelle parrocchie sui rischi dell’immigrazione illegale e della tratta degli esseri umani. Infine, ci sarà anche lavoro più di ufficio come l’elaborazione dati, le ricerche, le statistiche».
– Perché scegliere il servizio civile?
«Innanzitutto perché credo fermamente nella difesa non violenta del nostro Paese. E il servizio civile ne fa un caposaldo e per me è qualcosa di concreto su questo tema oggi molto d’attualità. E poi è un’esperienza che ho sempre sognato. A casa nostra, quando ero piccola, c’era un’amica di famiglia che veniva a trovarci e ci raccontava del suo anno di servizio civile in Africa e mi ha sempre affascinato. Ora che studio diritti umani e migrazioni mi sembrava l’occasione giusta per andare all’estero, soprattutto per capire le motivazioni che spingono molte persone a partire».
– Tra l’altro c’è un aneddoto simpatico che riguarda anche sua sorella…
«Quando sono tornata dal Marocco ho detto a mamma che volevo candidarmi e lei mi ha risposto di parlarne con mia sorella Marta perché aveva lo stesso desiderio. Giusto per evitare di finire nello stesso posto…».
– Ha scelto Caritas. C’è un perché?
«Assolutamente. Conosco bene Caritas Verona e so che Caritas è una garanzia. Dopo il periodo di formazione che ho appena terminato a Roma, ne ho avuto la conferma ulteriore. La Caritas ha valori vicinissimi a miei sia nel modo di pensare che di operare; c’è una grande attenzione alla dignità della persona. E poi c’è tutto l’aspetto della fede che non è secondario».
– Cosa si immagina di portare in Sierra Leone?
«Non vado a insegnare niente a nessuno. Ho studiato molto, ho grande passione, ma vado per imparare. E poi mi metto a servizio di tutto quello che mi chiederanno. In futuro sogno di lavorare con i migranti, con i diritti umani, magari proprio in Caritas. Quindi un’esperienza del genere porta concretezza a tutti i miei studi».
– Come sta a poche ore dalla partenza? Si sente pronta?
«Sono contentissima! Quando sono partita per il corso di formazione a Roma ero agitata e preoccupata. E invece sono tornata carica a molla! Mi sento pronta. Non ho particolari paure sull’ambiente in cui andrò a vivere, ecco, magari le preoccupazioni sono più personali: sarò di grado? Entrerò in relazione con le persone che incontrerò? Saprò pormi in maniera rispettosa con i locali? Sono consapevole delle difficoltà che incontrerò, ma parto preparata. D’altronde, non ho fatto questa scelta perché stavo male in Italia o avevo problemi, ma l’ho maturata proprio perché stavo benissimo nella mia vita e quindi parto centrata e convinta. Manca pochissimo… non vedo l’ora!»
Con la Papa Giovanni XXIII. Marta Vacchini è la seconda di tre fratelli, 24 anni. Laureata in Scienze della formazione primaria, fa parte della segreteria diocesana di Missio Giovani, l’area giovane del Centro missionario di Verona. Nel suo passato ci sono già varie esperienze di missione: due volte in Togo, la seconda per due mesi con l’associazione Il dono di Lugagnano in una missione canossiana; e altri due mesi in Argentina, da don Eros Zardini, fidei donum, suo compaesano. Ora è tempo di un periodo più lungo. Un anno in servizio civile.
– Dove andrà questa volta Marta?
«Parto ad inizio novembre verso il Kenya, nella periferia di Nairobi. Sono animatrice in parrocchia a Lugagnano, nei giorni scorsi ho portato i miei giovani all’esperienza del Meeting diocesano. Poi già da qualche anno seguo il percorso di Missio Giovani del Cmd, in cui sono entrata a far parte anche della segreteria organizzativa. Ora, finita la laurea, era arrivato il tempo di pensare a qualcosa di più strutturato e duraturo. Ed è arrivata la proposta del Kenya, con la Papa Giovanni XXIII».
– Perché proprio questa associazione?
«Cercavo un ente di stampo religioso e che potesse permettermi di vivere non solo un progetto in orario di ufficio, ma che mi desse l’opportunità di essere immersa per ventiquattro ore a contatto con le persone. La Papa Giovanni mi ha proposto due progetti basati sullo stare: uno in una casa con bambini e ragazzi di strada. L’altro con le donne vittime di tratta, partendo già dall’inizio del loro percorso: intercettandole nei loro luoghi di ritrovo, proporre una vita diversa e poi accompagnarle in struttura, stare con loro, seguirle nel percorso di cambiamento, anche con progetti come il microcredito. Vediamo in quale progetto mi inserirò, ma la dinamica dello stare con le persone è fondamentale in entrambi ed è quello che cercavo».
– Come mai il servizio civile?
«Volevo inseguire un desiderio che avevo dentro da un po’ di tempo. Mi sono candidata pensando di donare un po’ di me stessa e per ricevere dagli altri tutto quello che posso».
– E come sta in questo momento, ad un mese dalla partenza?
«Sono felicissima, direi gasata! Non vedo l’ora di partire. Dopo un periodo di formazione on line, in questi giorni sono a San Marino, in una delle sedi della Papa Giovanni, per continuare il periodo formativo. Mi sto preparando per mettermi in gioco fino in fondo e sono proprio curiosa di vedere cosa accade».