Attraversando la Pianura Padana, la centrale nucleare di Caorso, oggi in dismissione, si nota a chilometri di distanza. La sagoma del suo reattore si impone contro il cielo azzurro attraversato da qualche nuvola. “Arturo”, come lo chiamano nel Piacentino, incute una sorta di soggezione. Ma, insieme, affascina. E ne sono dimostrazione le adesioni record registrate (oltre 5.500) per gli Open Gate organizzati nel fine settimana del 16 e 17 maggio. Qui e negli altri siti di Trino Vercellese, Latina e Garigliano di Sessa Aurunca.
Le chiavi d’ingresso, attenendosi a scrupolosi controlli e regole di sicurezza, sono fornite da Sogin: la società di Stato, interamente partecipata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, incaricata del “decommissioning” cioè dello smantellamento degli impianti nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi da lì provenienti.
Per quanto riguarda il sito di Caorso, fu avviato nel dicembre del 1981 e spento il 26 ottobre del 1986 per la periodica ricarica del combustibile, poi mai più riavviato dopo l’esito del referendum sul nucleare del 1987. All’epoca, era costato 300 miliardi di lire. Ora, a distanza di decenni, dentro le recinzioni procedono le operazioni di dismissione – incluse le fasi di smantellamento dei componenti più critici, come ad esempio il reattore – che si concluderanno, da cronoprogramma, tra il 2035 e il 2040. Per gli addetti che lavorano lì significa svitare, smontare, tagliare, separare, decontaminare, stoccare e riciclare in totale sicurezza un pezzo dopo l’altro del gigante assopito: dalle turbine alle torri di raffreddamento, mirando dritto al “cuore” di Arturo. Centimetro dopo centimetro. Cinque i miliardi investiti e siamo a metà dell’opera.
E pensare che, quando fu realizzato, questo era uno degli impianti più all’avanguardia del nostro Paese e il più grande ad essere entrato in esercizio in Italia. Di seconda generazione, nel periodo di attività ha prodotto 29 miliardi di kWh di energia elettrica. Di questa potenzialità, se ne ha un’idea più precisa – anche per chi non è esperto di fissione nucleare, termoalternatori, canalizzazioni elettriche passivate – mettendo piede nella “sala dei bottoni” da cui si controllava cosa accadeva in questa cattedrale dell’atomo. Tra pulsanti, luci, leve, sistemi di allerta, indicatori analogici e colori a identificare le varie aree da manovrare ed evitare errori. Al centro, il pannello che comandava gli elementi del reattore.
Quasi in viaggio in un girone dantesco, dai corridoi si entra in un ascensore che conduce fino al cuore della centrale. Qui servono copricapo, elmetto, guanti, calzari e dosimetro nel taschino del camice bianco a rilevare la radioattività per raggiungere la cosiddetta “quota 90”, che ospitava le barre di uranio, ed entrare nel vecchio reattore, ad acqua bollente, dove si trovano anche le profonde piscine che servivano a stoccare il combustibile in attesa che perdesse radioattività e venisse mandato in Francia per il riprocessamento.
Poggiamo i nostri piedi sul reattore vero e proprio, il vessel, con il suo edificio di contenimento in cui il nocciolo è protetto da mezzo metro di spessore e da cemento armato. Una filiera complessa che, se non fosse stata interrotta, probabilmente sarebbe ancora operativa ma comunque verso il suo fine vita. Una parte di storia dell’industria italiana rottamata. Uno spreco di risorse. Game over per il nucleare in Italia. Per sempre?