Delinquenza giovanile e le tante devianze

Molte le cause dietro a un'adolescenza criminogena

| DI Marta Bicego

Delinquenza giovanile e le tante devianze
«La delinquenza giovanile non è quasi mai il frutto di una scelta libera dell’adolescente, ma espressione individuale di un sistema socio-culturale ferito. È il tentativo disfunzionale di gestire una sofferenza insostenibile». La premessa è di Giusy Calabrò, criminologa dello sviluppo, docente e ricercatrice.
L’autrice del saggio La devianza minorile. Il fenomeno youth gangs (Rubbettino) inquadra la complessità di un fenomeno che rimanda ad altre questioni. L’analfabetismo emotivo, innanzitutto: «Molti giovani soffrono di alessitimia, l’incapacità di riconoscere e verbalizzare le emozioni. Non riuscendo a esprimere il proprio dolore, lo “agiscono”. Spesso dietro alle condotte aggressive si nascondono traumi infantili o disturbi dello spettro neuropsicologico che si sommano alla fisiologica crisi adolescenziale. Anche l’ambiente può essere acceleratore del disagio giovanile, in primis la famiglia, la scuola e il contesto sportivo. Per tale motivo, insieme alla Pgs Concordia Calcio e al Servizio diocesano sport è stato organizzato a maggio un convegno sui fattori di rischio e protezione della devianza a cui hanno partecipato genitori, allenatori, insegnanti e sacerdoti».
Poi c’è la povertà educativa e relazionale: «Più che la povertà economica, grava sul minore la carenza affettivo-relazionale dei familiari, un monitoring e uno stile genitoriale inadeguati e la scarsità di stimoli culturali. Quando la famiglia è assente o incapace di fornire una guida autorevole, il minore cerca nel gruppo dei pari surrogati di identità, status e protezione».
– Esistono contesti “fertili” in cui questo fenomeno cresce e si diffonde più facilmente?
«I “terreni fertili” della devianza sono i nuclei familiari disgregati, di genitori immigrati o che adottano uno stile comunicativo ed educativo inadeguato, sicché i figli sono trascurati dal punto di vista affettivo-relazionale. La scuola, secondo ambiente educativo in cui il minore modella il comportamento, può trasformarsi in contesto che amplifica il disagio. Educare gli studenti al dialogo e al confronto è una necessità psicopedagogica come è indispensabile valorizzare i talenti attraverso il rispetto dei ritmi di apprendimento dei discenti. A causa della vita frenetica e impegnata, il minore viene coinvolto in un eccesso di attività scolastiche ed extrascolastiche. La pretesa del “troppo” costituirebbe un rilevante fattore di rischio, per arginare il quale è necessario che la famiglia e la scuola consentano al minore di riappropriarsi delle risorse educative essenziali: la noia, la lentezza, il tempo libero. È molto probabile che un ragazzo emarginato dal contesto familiare e scolastico cerchi riscatto in un gruppo deviante, astensionista o nelle comunità tossiche del cyberspazio che propongono modelli dominanti».
– C’è una fascia di età precisa, quella dell’adolescenza, che lei riassume nella definizione di youth gangs. Perché?
«In Italia il termine baby gang è stato importato, ma viene usato in modo improprio, poiché il termine inglese riferito alle bande adolescenziali è youth gang. D’altronde, il fenomeno criminogeno non coinvolge bambini, ma ragazzi la cui fascia d’età è 14-17 anni, sebbene possa estendersi fino ai 24 anni. Un esempio trattato nel mio libro ed esposto al convegno è il rischio sempre più emergente della radicalizzazione di rete di orientamento suprematista o jihadista. Un caso recente ha coinvolto un sedicenne appartenente al gruppo suprematista White Jihad che è stato arrestato a Bologna il 17 giugno, le cui indagini sono state effettuate dalla polizia di Stato di Verona. Da personali ricerche effettuate negli ultimi tre anni e confluite nel mio studio sono emersi dati interessanti sui gruppi giovanili estremisti che operano nel bacino della radicalizzazione digitale: origine, struttura, fabbricazione di armi, produzione di materiale propagandistico, organizzazione di attività criminali».
– Molte situazioni affiorano grazie ai social network che, però, contribuiscono anche ad amplificare il fenomeno, talvolta in maniera negativa e incentivando l’emulazione. Per quale motivo?
«I social network assolvono una funzione ambivalente: se da un lato essi consentono di intercettare richieste d’aiuto sommerse, dall’altro agiscono come amplificatori del disagio. La ricerca di identità, l’approvazione dei pari e la gratificazione istantanea sono esigenze fisiologiche dell’adolescente e trovano conferma istantanea nel cyberspazio. Per un ragazzo, in fase di disagio o disadattamento, avere visibilità sui social diviene compensatorio, soprattutto se si cumulano i like. Il gruppo di pari da compagnia del quartiere si è trasformato in platea virtuale estesa. Leggendo alcune “richieste di aiuto” pubblicate sui social dalle nuove generazioni, si constata come manchi loro la cura dello spirito in stati di silenzio, riflessione, ascolto interiore e preghiera. Molti ragazzi si illudono di riuscire a colmare il vuoto interiore rimanendo “iperconnessi” in rete; tuttavia la comunicazione telematica genera una profonda solitudine dell’anima, poiché crea “disconnessione” dalle relazioni autentiche e da Dio. Il cyberspazio rappresenta uno strumento neutro che, tuttavia, deve essere “navigato” dai minori col monitoraggio dei genitori e non deve mai prescindere da un’educazione al senso di responsabilità e al corretto utilizzo degli strumenti digitali».
– Quanto rimane di sommerso, di confinato tra le mura delle famiglie?
«Solitamente i primi comportamenti devianti avvengono nel contesto familiare, tranne nel caso in cui genitori abbiano uno stile autoritario. Il sommerso domestico (aggressioni verbali o fisiche ai genitori per ottenere denaro, piccoli furti in casa) è spesso legato all’omertà protettiva o alla paura dell’etichettamento. Ci sono poi i casi di violenza assistita: minori che assistono a conflitti familiari o abusi psicologici tra i genitori. Questo disagio profondo rimane confinato in casa, finché non esplode all’esterno sotto forma di bullismo, condotte antisociali o reati. Nell’individualismo dell’era postmoderna ci si illude che la famiglia possa essere autosufficiente. La scarsa fiducia nelle istituzioni, il senso di colpa e la paura del giudizio sociale allontanano i nuclei familiari dalla comunità parrocchiale, fondamentale luogo di condivisione delle fragilità. Quando la sofferenza viene vissuta nell’isolamento, privata della preghiera comunitaria e del sostegno fraterno, il disagio e il disadattamento avanzano».
– Alla luce di questo allarme silenzioso, come e quando è necessario agire?
«È indispensabile intervenire in ambito familiare, scolastico e sociale in modo sinergico. Occorrerebbe aiutare e sostenere la prima agenzia educativa, la famiglia coeva che ormai è chiaro a tutti: versa in una situazione di estrema difficoltà soprattutto dal punto di vista culturale, educativo e relazionale».
– In termini di prevenzione, ci sono dei campanelli d’allarme?
«Il primo segnale è una rottura improvvisa con la quotidianità, un crollo del rendimento scolastico, l’abbandono dell’attività sportiva o parrocchiale/associativa e un progressivo isolamento sociale. La sofferenza repressa si manifesta attraverso l’apatia o una costante irritabilità. O tramite comportamenti antisociali dettati dal tedium vitae: piccoli furti, atti di vandalismo, uso di sostanze (alcol e droghe), bullismo o la ricerca di appartenenza a gruppi esclusivi e aggressivi. Dal punto di vista criminologico, questi atti non sono solo reati, ma richieste disperate di limite: l’adolescente sfida la regola per verificare se c’è un adulto pronto a fermarlo. Uno degli elementi spirituali più insidiosi che fanno da sfondo al disagio e alla condotta deviante sono la “crisi della speranza” e una visione esistenziale nichilista, ovvero uno sguardo cinico sul futuro, l’assenza di passioni, della gioia di vivere e l’idea che la propria vita e quella altrui non abbiano un valore o un progetto agli occhi di Dio e della comunità. Purtroppo, quando manca l’àncora spirituale del senso esistenziale, il rischio di cadere nell’illusione del “tutto e subito” o della violenza aumenta drasticamente».
– Che ruolo ha la famiglia nell’intercettazione del disagio e nella possibilità di intervento?
«La famiglia, istituzione e primo presidio educativo e terapeutico della società, ha un ruolo insostituibile, nonostante la condizione di fragilità e solitudine in cui versa nella società odierna. Tuttavia, non può autosostenersi ma deve fondarsi su un approccio strategico di alleanza con scuola, parrocchia, istruttori/allenatori e se necessario con gli specialisti. Riconoscere una difficoltà e chiedere aiuto è un atto di grande responsabilità e di fede nella comunità».
– Bisogna dunque avere speranza?
«La speranza deve essere sempre presente in ognuno di noi, essendo anche una virtù teologale caposaldo della dottrina cattolica. Fondamentale è lo studio del fenomeno e l’individuazione dei suoi fattori di rischio e protezione. Siccome l’Italia sul fronte della ricerca scientifica non è allineata rispetto ad altri Paesi (Spagna, l’Inghilterra e gli Usa), l’obiettivo che mi sono posta nella stesura del mio saggio è stato studiare la devianza in modo analitico e sistematico seppure tramite un linguaggio accessibile a un vasto pubblico, comparando il fenomeno veronese e italiano a quello degli altri Paesi. L’unico modo per prevenire e contrastare la devianza minorile è introdurre un approccio sistemico, sinergico e reticolare coinvolgendo differenti ambiti e istituzioni. Verona offre molte opportunità per prevenire il fenomeno: oratori, centri giovanili, associazioni sportive e di forze dell’ordine. Essenziale è fare squadra anche tra istituzioni. La sfida nazionale per la comunità ecclesiale e civile è sanare le radici invisibili della devianza offrendo ai ragazzi alternative credibili di senso, bellezza, ascolto e accoglienza».

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