Chi coltiverà le campagne tra vent'anni?

Sempre meno e sempre più vecchi gli agricoltori

| DI Renzo Cocco

Chi coltiverà le campagne tra vent'anni?
Non è soltanto il mondo delle imprese artigiane a registrare nel tempo profondi ed estesi cambiamenti (vedasi Verona fedele della scorsa settimana). In misura ancor maggiore è l’agricoltura a mostrare una continua e radicale rivoluzione che ne ha modificato struttura e ruolo. La difficile situazione internazionale che stiamo vivendo e le guerre che ne sono terribile espressione hanno evidenziato come il settore primario sia da considerare, al pari dell’energia e delle materie di base, un “bene strategico”.
In questa visione l’autosufficienza produttiva (in particolare frumento, mais, riso, carne, ortofrutta, ecc.) diventa un fattore essenziale non soltanto di sopravvivenza, ma anche di sviluppo dell’intero sistema economico nazionale. Tali considerazioni spiegano il rinnovato interesse da parte degli economisti nel documentare le modificazioni strutturali del settore agricolo e le loro conseguenze sul piano produttivo.
I cambiamenti epocali dell’agricoltura italiana. I dati forniti dall’Istat mostrano nel tempo cambiamenti impressionanti. Nel 1930 le imprese agricole erano 4,2 milioni, con una superficie totale di 26,3 milioni di ettari. Nel 1970 il numero di imprese era sceso a 3,6 milioni, per attestarsi oggi a poco più di un milione, con una perdita complessiva di ben 3,1 milioni di unità.
Nello stesso arco di tempo la superficie agricola coltivata si è ridotta di 10,4 milioni di ettari, attestandosi oggi a 15,9 milioni. Analogo andamento ha registrato l’occupazione, passata da 9,4 milioni di persone nel 1931 alle attuali 800mila (3% del totale nazionale). In questa dinamica imprenditoriale va annotato che l’incidenza relativa dei capo azienda giovani, già modesta nel passato, è scesa dal 10,3% al 7,9% di oggi.
In compenso è più che raddoppiata la dimensione media dell’impresa, salita da 6,3 a 14,1 ettari. La riduzione della superficie agricola ha riguardato in particolare le aree montane, che hanno registrato una perdita di quasi due terzi; ma anche, seppure in misura minore, quelle collinari e le zone pianeggianti (-400mila ettari). Il fenomeno ha colpito di più il Nordovest e il Sud dell’Italia.
Sulle ragioni il rapporto Istat evidenzia come l’abbandono delle zone montane con relativo spopolamento sia causato da isolamento, assenza di servizi, invecchiamento della popolazione e scarsa redditività aziendale.
Interessante infine il raffronto con le agricolture degli altri Paesi europei. I dati mostrano come quella italiana si posizioni per superficie agricola complessiva soltanto al 5° posto dopo Francia, Spagna, Germania e Polonia. Questo si riflette sulla dimensione media dell’azienda, che appare assai ridotta: appena 10 ettari, vale a dire sei volte meno della Germania e sette volte meno della Francia e della Danimarca. Si vedrà dunque se l’obiettivo posto dal Governo italiano e dalla Commissione europea con la Pac (Politica agricola comune) di recuperare le superfici agrarie abbandonate e di riportarle a produzione, riuscirà ad invertire un trend di lunga durata che pregiudica il futuro dell’agricoltura e rende difficile raggiungere il fondamentale obiettivo dell’autosufficienza alimentare.

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