“Ve le do mi, le ferie!” Scusème tanto, ma in illo tempore – inteso ’na setantina de ani fa – questa l’era ’na risposta a ci g’avea la pretesa de adeguarse ala moda che era scopià in quei ani.
Per chi ha vissuto quel periodo che aveva in seno qualcosa di sbalorditivo, capita giusto in questo periodo ricordare a cosa di andava incontro quando si cercava di… alzare la cresta.
Nessuno sapeva ancora cosa fosse il boom economico, anche se cominciava a respirarlo a pieni polmoni. Ma a metterci del suo ci si mise la televisione, e quelli che la possedevano o che andavano in parrocchia a vederla, anticipavano di qualche semestre l’idea sul darsi da fare.
Niente di eclatante, eh! Maldive, Canarie, Terra del Fuoco, Mauricius, i geyser dell’Islanda, i safari in Kenya, la muraglia cinese, neanche sapevamo cosa fossero se uno della famiglia non avesse fatto almeno le prime tre “medie” e ce le raccontasse a duo modo.
Sospettavamo che fosse una fake-news il fatto che la Costituzione avesse messo nero su bianco il diritto, per i lavoratori, di un periodo di riposo retribuito, di una o due settimane, chiamato ‘ferie’.
Eppure tutto partì da lì. Tutto iniziò accontentandoci de ’ndar a ciapàr i freschi a Erbezo, a Bosco(chiesanuova) o a Campo(fontana); o lasciare tutti con un palmo di naso e una buona dose di invidia se venivano a sapere che “espatriavi” a San Martino di Castrozza, a Cortina, a Sottomarina o a Lignano Sabbiadoro con la pretesa di voler emulare i siori che andavano a mettersi in mostra.
“El mondo l’è grande. Ghe n’è par tuti i gusti”, si osava dire. “Basta averghe le palanche”, diceva di rimando chi aveva il problema di non riuscire ad arrivare alla Madonna del Frassino e vedere il lago col binocolo.
Se questi erano i problemi, vuol dire che chi sapeva superarli aveva già gli anticorpi. Sapeva almeno come raggiungere la meta. Non aveva bisogno di prenotare all’albergo; non doveva fare il check-in all’aeroporto, non doveva preoccuparsi del mal di mare o d’aereo; di dover fare i conti con il peso e il volume di indumenti (e spesso di cibarie) da portarsi appresso. Il treno o – per chi aveva la possibilità – il baule e il tetto dell’automobile caricato all’inverosimile di valigie d’ogni forma e misura e scatoloni ben ancorati al portabagagli da corde degne di una nave, era quanto di meglio si poteva pretendere.
E il giorno della partenza era un rito che cominciava di buon mattino. La famiglia che andava in treno (la maggioranza) si metteva in fila, valigie e borse in mano, qualche zaino sulle spalle, alla volta della stazione. Non era ancora entrato nel mercato del lavoro il bibitaro che, nelle principali stazioni, soccorreva i più sprovveduti al grido di: “Panini imbottiti, giornali illustrati, acqua, caffè-caldo-caffè!”.
Chi possedeva la Seicento, la Millecento o cose del genere, non aveva il timore di trovarsi con l’horror vacui: nemmeno un centimetro quadrato era lasciato al caso, rendendo inutile l’uso della cintura di sicurezza (non ancora inventata). Le sardine in scatola potevano bellamente ridersela; tanto, sempre appartenenti al regno animale erano le due tipologie.
I famigliari e qualcuno del paese più legato ai partenti (un po’ meno quelle della città) assistevano a questo momento che nascondeva in uno la magia e la sensibilità, raccomandando ogni attenzione: “Maria santissima, se ghe ne se sente tante” (ed eravamo alla metà del secolo scorso). I va cossì distante…”. “Quando ’rivé, scrivìne ’na cartolina, che se metemo el cor in pace”. Se il servizio postale non fosse stato sollecito come da regolamento, si rischiava di vederli di ritorno prima dell’arrivo della cartolina. Sulla quale ogni regola grammaticale faceva sciopero: “Arrivati. Abbiamo un po’ di malinconia ma il tempo è bello e il posto è incantevole. Si mangia bene. Così speriamo di voi. Salutateci la Pina e la Antonia. Date l’acua ai gerani e un’occhiata ai nonni e al gatto”.
Che bello! La mattina, dopo la colazione che faceva brillare l’occhio ma lasciava lo stomaco vuoto (tutto era misurato), si usciva a consumare la mattinata.
Chi aveva preferito la montagna, andava a scarpinare tra le pinete, beveva l’acqua che usciva da qualche fonte e che si immaginava incontaminata, raccoglieva ciclamini e qualche stella alpina da portarsi come ricordo per poi farne il segnacolo di un libro di narrativa. Guardava l’intorno silenzioso che lo avvolgeva mentre le lancette dell’orologio si avvicinavano silenziose all’ora in cui si doveva fare ritorno. E domani si era pronti a ripetere la cosa, scegliendo altri sentieri.
Chi aveva scelto il mondo più turbolento del mare di diverso aveva tutto: il vociare libero da ogni regola, le corse dall’ombrellone al punto in cui ti puoi tuffare senza sbattere la testa in qualche pietra; le passeggiate lungo la battigia che tutti chiama(va)no bagnasciuga, con gli occhi fissi sulla sabbia attenti a rinvenire qualche conchiglia che non sia… una delle solite, tipo la regina (quéla con le càpe), il cavalluccio marino o stella marina, mentre i bambini si divertivano a costruire castelli di sabbia o a spararsi litri d’acqua con pistole di plastica che costavano venti lire (un centesimo di euro). Le miseper maschi e femmine (allora non si diceva uomini e donne)? Pantaloncini fantozziani per i maschi e costumi interi come morale suggeriva per le signore.
Naturalmente nessuno aveva in mente di spendere a spandere per oggetti costosi da portare a casa. Tutt’al più dalle montagne scendeva a valle qualche quadretto con le corna taroccate di un cervo e dai lidi veneto-romagnoli una conchigliona con l’immagine del Sacro Cuore predisposta a fare da lampada nella camera degli sposi, auspicio per una nuova esperienza, l’anno prossimo, con qualche genialata già in fase di studio dagli addetti del settore. Niente ninnoli.
Mettetela come volete: da sempre c’è chi torna felice, chi un po’ meno, chi con il debito contratto con la banca per non fare la figura del morto de fame, ma tutti già pronti a sfogliare brochure e connettersi in rete per programmare e prenotare la prossima illusione. E tutti cercano quella convenienza che una volta era impensabile, ‘acquistando’ l’offerta otto mesi prima o, in zona Cesarini, con il last minute.
Avanti che c’è posto.