Botteghe, è l'ora delle chiusure

Lo stillicidio sta cambiando città e comunità

| DI Andrea Accordini

Botteghe, è l'ora delle chiusure
Accade tutto all’improvviso. Da un giorno all’altro, sulla vetrina della ferramenta storica del paese compare il cartello “fuori tutto per chiusura attività”. Poi c’è il panettiere, che decide di non riaprire dopo le ferie: con l’aumento del costo dell’energia non ci stiamo più dentro, dice. C’è la bottega di alimentari, che era l’istituzione del quartiere, ma il titolare, ormai in età da pensione, se ne guarda bene dal lasciare un simile fardello ai figli, che comunque hanno altre ambizioni. Altra serranda che si abbassa definitivamente.
Stessa sorte tocca alla merceria e alla boutique di abbigliamento da signora, per non parlare dell’edicola o della libreria. Non si tratta di una percezione passeggera: in città come in provincia chiudono le botteghe. Le cause possono essere differenti, medesime le conseguenze: una perdita di riferimenti e di presidi territoriali che “fanno” la città, un venir meno di servizi per i residenti, costretti a spostarsi di chilometri per acquistare quanto fino a ieri trovavano sotto casa.
È uno stillicidio, lento e inesorabile, che sta depauperando i centri abitati delle loro attività commerciali. Un’emorragia silenziosa che sta ridisegnando l’anima delle comunità urbane in tutta Italia, perché questa desertificazione commerciale non incide solo sulle abitudini di consumo, del singolo cittadino, ma sulla socialità, sulla sicurezza, sulla vita quotidiana della collettività.
A scattare la fotografia di questa metamorfosi è l’undicesima edizione dell’Osservatorio sulla demografia d’impresa nelle città italiane e nei centri storici, presentato nei mesi scorsi da Confcommercio, che ha elaborato i dati del Centro studi camerale Tagliacarne. In tredici anni (2012-2025), l’Italia ha perso circa 156mila punti vendita di commercio in sede fissa e ambulante: il rapporto tra negozi e residenti è sceso sensibilmente, passando da 11 a 8 negozi ogni mille abitanti.
Il settore più colpito in assoluto è quello delle edicole, con una riduzione del 52,7% delle imprese attive; il comparto abbigliamento e calzature ha perso oltre un terzo delle attività, con meno 35,6%; calo leggermente più contenuto per mobili e ferramenta (-28,3%), libri e giocattoli (-28,5%), e profumerie, fiorai e gioiellerie (-18,5%).
Particolarmente interessante è la variazione sulle attività di commercio non specializzato: tra il 2014 e il 2022 questo comparto ha ridotto le proprie unità locali del 12,2% a livello nazionale. Tuttavia, l’analisi più approfondita su questo dato rivela il calo drastico dei minimarket (-41,1%) e, per contro, la crescita di supermercati (+19,2%) e discount (+6%).
E Verona? La città scaligera non fa eccezione e, anzi, con un drastico -32,5% occupa, per calo percentuale, la 12ª posizione tra i 122 Comuni medio-grandi analizzati dalla ricerca. Tra il 2012 e il 2025 sono spariti nel Comune capoluogo 681 negozi del commercio al dettaglio tra sede fissa e ambulante, passando da 2.361 attività a 1.680, con una contrazione molto marcata soprattutto fuori dal centro storico.
Nel dettaglio, in centro storico si è passati da 713 a 531 negozi (-182, pari a circa il -25,5%), mentre nelle altre aree della città le attività sono scese da 1.648 a 1.149 (-499, pari a circa -30,3%). Particolarmente significativo il calo del commercio ambulante, che passa da 348 attività complessive nel 2012 a 147 nel 2025, con 201 imprese in meno, pari a una riduzione di oltre il 57%.
Le conseguenze di questa trasformazione vanno ben oltre la sfera economica o il bilancio delle singole imprese. La scomparsa delle attività di vicinato rappresenta una ferita per la vivibilità e la sicurezza dei quartieri e dei paesi. Una via priva di vetrine illuminate diventa rapidamente una via più buia, meno frequentata e, di conseguenza, esposta a fenomeni di degrado e isolamento percepito.
Il negozio sotto casa svolge infatti un ruolo sociale insostituibile, specialmente per le fasce di popolazione più fragili, come gli anziani o chi ha ridotta mobilità, per i quali la bottega rappresenta l’unico punto di approvvigionamento accessibile a piedi e in autonomia. Non solo, perché il commercio di prossimità è un presidio di socialità e coesione umana. Specie nei centri minori della provincia, il macellaio, così come il panettiere o il fioraio, non sono soltanto venditori, ma custodi del territorio, punti di ascolto e volti amici che umanizzano lo spazio pubblico e creano comunità. Se ci sono.

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