Nel panorama del sociale, esiste a Verona una realtà che ha deciso di adottare un approccio “irriverente”, sfidando i paradigmi tradizionali legati alla disabilità. Si tratta di Ape’n down, un’impresa sociale nata nel novembre del 2024 (ha sede in via Edison a Verona), che ha portato con sé una missione semplice, ma ambiziosa: trasformare la formazione lavorativa in una vera integrazione professionale per giovani con disabilità intellettiva.
A guidare ogni azione del progetto c’è il desiderio di un cambio di prospettiva in quanto «il limite non sta nella persona con disabilità, ma nello sguardo di chi non sa vedere oltre», come spiega la psicologa Francesca Lazzarin, vicepresidente e referente coordinatrice dell’organizzazione. «Ci definiamo irriverenti sociali – aggiunge Andrea Amighini, nel cda dell’impresa – per il nostro modo di agire che dovrebbe essere la normalità, ma purtroppo non lo è» a fronte delle tante complicazioni che sorgono.
Basta guardare i numeri allarmanti del contesto in cui Ape’n down opera: la letteratura scientifica evidenzia come il tasso di occupazione per persone con limitazioni gravi in Italia si aggiri attorno al 32%, contro il 60% circa della popolazione generale; percentuale che scende ulteriormente se si guarda alla fascia d’età tra i 18 e i 24 anni con appena il 17% di occupati. Molti giovani, dunque, rischiano di scivolare in una dimensione infantile, una volta terminata la scuola, che li confina in percorsi formativi o tirocini che alla fine non portano ad una reale indipendenza, con conseguenze inevitabili sulla vita quotidiana.
L’impresa sociale si batte perciò per il diritto all’occupazione, sostenendo che il lavoro rappresenta anche la completa realizzazione del sé per ogni persona adulta con disabilità. Per questo, agisce sulla base di un modello operativo suddiviso in tre aree: formazione (tramite un bar fisico e un food truck in cui sviluppare le competenze in eventi fieristici e molto altro), inserimento (creando ponti con le aziende) e sensibilizzazione della comunità.
La chiave di volta sta proprio nella formazione perché, sottolinea Lazzarin, «viene offerta in un ambiente normodotato e non creato ad hoc, come in altre realtà sociali», affinché si sviluppino quella serie di capacità necessarie per le difficoltà riscontrabili tutti i giorni. «Noi abbiamo degli operatori che non provengono dall’ambito sanitario, ma si affiancano semplicemente ai ragazzi e li formano principalmente nell’ambito della ristorazione».
In seguito, «l’inserimento lavorativo viene fatto direttamente nelle aziende del territorio o nelle attività di ristorazione con dei veri e propri contratti di assunzione». Tutto ciò si realizza tramite accordi di supervisione e di supporto continuativo perché le aziende non si sentano lasciate sole, ma abbiano un appoggio che permetta loro di credere nel progetto mettendosi in gioco.
Per comprendere l’impatto del progetto, sono molteplici le storie di crescita dei protagonisti. Il giovane E. è uno di loro: dopo un iniziale momento di timore e confusione derivante dall’ansia di gestione dei tavoli del locale, è stato proposto dall’azienda ospitante un cambio di ruolo che si è rivelato provvidenziale. Oggi è un ottimo barista che lavora dietro il bancone: «È rinato – aggiunge Lazzarin –, ha imparato a leggere le comande, non sbaglia un ordine, ma soprattutto gli è andata via tutta l’ansia». Le competenze acquisite hanno condotto verso «una crescita sociale, relazionale di presa di coscienza di sé; poi, di fatto, trovando il suo ruolo non solo nel lavoro, ma anche all’interno della vita riesce a confrontarsi con gli altri con estrema serenità».
Un’altra storia di successo è quella di D., inserito presso una bottega storica nel centro di Verona e fortemente voluto dai gestori del locale anche nei periodi di maggiore affluenza, come ad esempio il prossimo Vinitaly. Questo aneddoto dimostra come la persona con disabilità possa smettere di essere percepita nel senso di ostacolo, obbligo di legge, per trasformarsi anzi in una risorsa fondamentale per il team. «Le persone normodotate – osserva Lazzarin – vengono cambiate dalla persona con fragilità che viene inserita nello staff», ancora di più nel momento in cui il tutor aziendale invita il collega in occasioni extra-lavorative ampliando il semplice rapporto professionale (come successo nel caso di D. convolto in colazioni e pranzi condivisi).
Proprio quell’obbligo di legge (la 68/99) a cui prima si faceva riferimento rappresenta un ostacolo alla buona integrazione perché, spesso, alle aziende viene imposta l’assunzione di persone appartenenti a categorie protette, senza tuttavia fornire gli strumenti adeguati. Il modello dell’impresa sociale veronese, invece, propone un continuo contatto e supporto con l’azienda che si mette in gioco.
A ciò si aggiungono i gruppi di sostegno organizzati di frequente per il confronto tra pari in cui emergono strategie e successi inaspettati. «In un recente incontro, un giovane aveva chiesto agli altri cosa facessero quando al ristorante c’era il deserto, e una compagna del gruppo aveva prontamente risposto che in quei momenti si inventa delle faccende, pulendo la sala, sistemando le posate o annaffiando le piante. Questo scambio, dunque, serve innanzitutto a normalizzare una situazione e mostra delle capacità relazionali e di problem solving evolute che fino a qualche mese fa sarebbero state impossibili».
Ape’n down, in tal senso, non vuole essere un’eccezione, quanto più un modello replicabile e sta a cuore a Lazzarin e Amighini il fatto di poter garantire per queste persone il raggiungimento di una maturità adulta e indipendente, evitando che in futuro si ritrovino a stare da sole e senza risorse. I tasselli da posare per costruire una comunità che sia realmente accogliente ed educante sono ancora molti, ma questa realtà rappresenta l’emblema di come la normodotazione e la disabilità possano convivere tra di loro con il giusto supporto.
Più informazioni scrivendo a info@apendown.com, il sito è www.apendown.com.