A scuola di inclusione

Sui banchi sempre più studenti stranieri

| DI Adriana Vallisari

A scuola di inclusione
«Noi crediamo che la scuola debba dare a tutti le stesse opportunità». Matteo Danese riassume così l’impegno del Cestim (Centro studi immigrazione Ets), realtà che offre alle scuole servizi e progetti dedicati all’inclusione scolastica e all’apprendimento della lingua italiana per chi italiano non è.
Ogni anno segue più di 2mila alunni a Verona e provincia, grazie a una nutrita schiera di collaboratori e volontari. Ovvero ben 150 insegnanti specializzati in italiano come seconda lingua e giovani docenti appena laureati, stipendiati dal Cestim grazie al sostegno di fondazioni private (San Zeno, Ravetta e FloraFund), oltre a un centinaio di volontari.
– Scuola e alunni con cittadinanza non italiana: in cifre, di che numeri parliamo a Verona e provincia?
«Innanzitutto bisogna dire che è una presenza stabilizzata: da anni siamo in una fase statica, senza picchi. L’ultimo dato disponibile risale a un paio di anni fa: risultavano 22mila alunni con cittadinanza non italiana, o figli di immigrati, dalla scuola infanzia alla secondaria di secondo grado, il 17,5% del totale. Questo numero però non considera i ragazzi con retroterra migratorio, che sono in possesso della cittadinanza italiana, presenti in modo importante nella scuola».
– Chi sono?
«Cittadini italiani a tutti gli effetti, spesso figli di genitori residenti da tanti anni nel nostro Paese, che hanno acquisito la cittadinanza italiana. Non vengono conteggiati come alunni stranieri, però questo vissuto migratorio fa parte della loro storia. Quindi la scuola è ancora più multiculturale di quanto non dicano i dati».
– Il 17,5% è la presenza media, sottostimata, ma ci saranno poi differenze tra i vari istituti...
«Se parliamo di concentrazione scolastica, ci sono. Su 67 scuole, soprattutto primarie, che ci hanno fornito i dati, risultano 37 scuole con oltre il 30% di alunni stranieri e altre 30 con più del 40% di alunni stranieri. Poi ci sono quartieri, se pensiamo alla città, in cui è più alta la concentrazione di cittadini stranieri residenti (per esempio, Borgo Roma, Golosine, Santa Lucia, Stadio); questo comporta che ci siano poi più alunni con cittadinanza non italiana che frequentano le scuole. Alcune zone sono più interessate perché la popolazione immigrata non risiede in maniera omogenea sul territorio; ci sono quartieri scelti perché gli affitti costano di meno, le case sono più accessibili, il posto di lavoro è più vicino».
– Che ruolo gioca la scuola nell’inclusione?
«Se abbiamo dei risultati nell’integrazione dei cittadini stranieri sul territorio, gran parte del merito va alla scuola. I problemi di mancata integrazione ci sono, e ci saranno: ma cosa succederebbe senza il lavoro capillare, anche di volontariato, dei docenti che si prendono a cuore il futuro di questi ragazzi? Lavorando a contatto con la scuola, noto a volte fatica e scoraggiamento, perché l’aspettativa è alta e la scuola non può far tutto da sola. Faccio appello alle amministrazioni locali: in certi quartieri c’è bisogno di fare squadra attorno agli istituti scolastici, perché è lì che si gioca il futuro della società inclusiva e multiculturale».
– Che ne pensa della proposta di alcuni politici di fare classi separate per italiani e stranieri?
«Non servirebbero a nessuno, né agli italiani né agli stranieri. La presenza di un alunno con background migratorio non è automaticamente un problema. I problemi nascono quando se ne concentrano altri: la povertà educativa ed economica, la scarsa coesione sociale... Se si crea una concentrazione di disagio sociale in qualche zona, la scuola va in sofferenza e ha un bisogno maggiore. Separare gli studenti non cambierebbe le cose; bisogna uscire da queste generalizzazioni e guardare scuola per scuola: abbiamo a disposizione tutti i dati per vedere dove ci sono difficoltà e lavorare dove c’è bisogno».
– Quali sono invece le opportunità di questa presenza multiculturale in classe?
«Un arricchimento culturale e linguistico. A scuola si insegna l’italiano, ovviamente, ma saper valorizzare in modo creativo le lingue di provenienza con progetti ad hoc vuol dire aprire la mente ai ragazzi, far capire che c’è un mondo oltre l’Europa, che ci sono altre storie oltre alla nostra. Ecco perché, ogni 21 febbraio, insieme alla Rete Tante Tinte organizziamo laboratori, letture e percorsi condivisi per la Giornata internazionale della lingua madre».
– La conoscenza dell’italiano è il primo requisito per una vera integrazione. Ci vorrebbero più insegnanti?
«Le assegnazioni per l’italiano L2 (come seconda lingua) sono inferiori ai bisogni. In alcune scuole e in contesti di recente immigrazione ci sarebbe bisogno di più docenti. Ma è importante che tutti gli insegnanti abbiano delle competenze minime per gestire gli alunni non madrelingua. Non è semplice, perché ci sono già tante complessità che devono affrontare (disturbi dell’apprendimento, e così via), tuttavia l’attenzione ai bisogni linguistici non è più compito esclusivo del docente di italiano».
– Voi del Cestim come aiutate gli insegnanti?
«Integriamo l’offerta pubblica, offrendo dei percorsi linguistici aggiuntivi a quelli che la scuola riesce a mettere in campo. Durante l’anno con dei pacchetti brevi per gli alunni di recente immigrazione, d’estate con percorsi intensivi. E poi facciamo attività di studio assistito per chi è qui da più tempo. Perché per avere successo scolastico bisogna andare oltre la lingua di prima comunicazione. Noi crediamo che la scuola debba dare a tutti le stesse opportunità, ambire a percorsi scolastici adatti alle loro potenzialità, anche per contrastare la dispersione scolastica, che negli alunni stranieri è più alta. La scuola è l’unico ascensore sociale che ancora funziona».

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