Il Fatto di Bruno Fasani
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In provincia di Bolzano fanno quello che pare a loro

Quando muovevo i primi passi in cura d’anime, come si diceva una volta, i preti saggi mi insegnavano che con i peccatori bisogna applicare il principio della gradualità. Un passo alla volta, come negli allenamenti fisici, senza pretendere tutto e subito. I cambiamenti veri nascono sempre da una preparazione graduale, evitando contrapposizioni che rischiano soltanto di creare ostacoli e innalzare muri.

Parole chiave: Bolzano (1), Alto Adige (1), Il Fatto (285), Bruno Fasani (212)

Quando muovevo i primi passi in cura d’anime, come si diceva una volta, i preti saggi mi insegnavano che con i peccatori bisogna applicare il principio della gradualità. Un passo alla volta, come negli allenamenti fisici, senza pretendere tutto e subito. I cambiamenti veri nascono sempre da una preparazione graduale, evitando contrapposizioni che rischiano soltanto di creare ostacoli e innalzare muri.
Mi tornavano alla mente queste considerazioni pensando all’ultima decisione del Consiglio della Provincia di Bolzano-Alto Adige, il quale ha approvato una legge per vietare, nei documenti ufficiali, l’uso dell’espressione “Alto Adige” e dell’aggettivo “altoatesino”, sostituendoli con “Provincia autonoma di Bolzano” in italiano e “Autonome Provinz Bozen – Südtirol” in tedesco. Una decisione, stando ai proponenti, motivata dal fatto che la dicitura Alto Adige è di matrice fascista e non rispecchia l’identità dei residenti. Non importa che l’articolo 16 della Costituzione, che fascista non è, sia inequivocabile: “La Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol è costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano”. Evidentemente agli amici altoatesini per cambiare la Carta su cui poggia l’Italia basta un colpo di pennarello.
Ma torniamo alla legge della gradualità. Che in Alto Adige ci fosse un certo mal di pancia, dopo l’unità d’Italia che ha visto l’annessione di quelle terre, non è una novità. Peraltro comprensibile. Penso se domani mi dicessero che sono finito sotto la Slovenia. Forse politicamente andrei anche meglio, ma credo che metabolizzare sarebbe davvero difficile. Comunque sia, dal 1918 il Sudtirolo appartiene all’Italia. Nel 1939 Hitler e Mussolini, visto il disagio di tanti residenti, decisero che chi voleva andarsene poteva farlo, così come chi voleva restare. Se ne andarono 75 mila, spaccando famiglie e gettando un’ombra di ostilità su chi aveva scelto di rimanere. A indorare la pillola del nuovo corso della storia si provvide all’istituzione della Regione autonoma, col patto Gruber-De Gasperi, che però trovò difficoltà e rallentamenti nel trovare piena attuazione. Fu così che a partire dagli anni ’60 iniziò la stagione delle bombe ai tralicci. Un modo per richiamare l’attenzione internazionale, che infatti portò alla formulazione di un nuovo trattato, che dava favorevolissime condizioni agli abitanti di queste terre. Terre benedette da Dio per la loro bellezza, ma baciate certamente anche da una valanga di vantaggi da parte del Governo italiano. Nonostante ciò...
Era solo il 2011 quando l’Alto Adige (continuerò a chiamarlo così) si rifiutò di celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia. Più vicino a noi, le mosse dei partiti nazionalisti austriaci per concedere il doppio passaporto ai sudtirolesi. Fino alla scelta della Provincia di Bolzano di questi giorni. Una gradualità che non lascia dubbi su dove si vuole andare a parare.
Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Arno Kompatscher, giocando d’anticipo, ha dichiarato: «Credo che il governo italiano non si permetterà di impugnare questa legge, l’impugnazione sarebbe un grave affronto». Per ora l’unico affronto, che suona di ricatto, è la scelta che ha fatto in disprezzo della Costituzione italiana e di tutti i cittadini che non godono dei benefici della terra in cui vive.

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