Il Fatto di Bruno Fasani
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Immersi in questo tempo alla ricerca della felicità

Mi arriva da un amico un buongiorno particolare. È un aforisma di Fulton Sheen: “La felicità non si ottiene puntando affannosamente alla sua ricerca, ma viene incontro, come una sorpresa, a chi è intento a far felici gli altri”. Essenziale, lapidario. In altri tempi avremmo finito per confinarlo dentro la carta dei cioccolatini, tra le cose romantiche, ma di secondo piano rispetto alle cose che servono davvero per vivere.

Parole chiave: Il Fatto (367), Bruno Fasani (288)

Mi arriva da un amico un buongiorno particolare. È un aforisma di Fulton Sheen: “La felicità non si ottiene puntando affannosamente alla sua ricerca, ma viene incontro, come una sorpresa, a chi è intento a far felici gli altri”. Essenziale, lapidario. In altri tempi avremmo finito per confinarlo dentro la carta dei cioccolatini, tra le cose romantiche, ma di secondo piano rispetto alle cose che servono davvero per vivere.
E invece la provocazione assume una sconvolgente attualità. Se è vero che ognuno di noi è un mendicante assetato di felicità, la domanda viene da sé: e dov’è che noi andiamo a cercarla questa felicità? La risposta sembra perdersi nelle nebbie di una cultura dentro la quale siamo immersi, dove senza perdere la sete, abbiamo perso la strada. È nel far felici gli altri che si diventa felici, recita il detto. Che tradotto ci rimanda all’idea di servizio, ultimo anello di una catena di gesti ispirati dall’amore. Servire, amare, rendere felici gli altri... Espressioni che non si perdono più nella carta di qualche bacio di cioccolato, ma dentro le logiche di potere, nelle quali la gente del ventunesimo secolo cerca la felicità.
Il denaro, prima di tutto. E non solo per il suo potere di acquisto, quanto per la sua valenza simbolica di successo, di riuscita nella vita. Se hai soldi vuol dire che ci sai fare, che sei scaltro, avveduto. Recentemente, un milionario nostrano affermava che mai e poi mai avrebbe mandato il figlio all’università. Ci pensava lui a trasmettergli l’arte di fare i soldi. Ovviamente noi gli auguriamo tanta fortuna, magari sussurrandogli all’orecchio di fare molta attenzione, perché non sempre i figli dei ricchi sono all’altezza dei padri. Può capitare che qualcuno, più che erede, si riveli idiota.
Per restare al potere quale sorgente di felicità, ci metterei anche quello politico. Se da sempre ha garantito fortuna ai suoi praticanti, ultimamente sembra diventato il vero reddito di cittadinanza per tanti acrobati, agili a salire sul carro, anche senza bagaglio.
E come scordare il potere estetico e quello della moda, legati all’idea che distinguersi, ispirandosi ai dettami delle ultime frontiere, sia l’unica condizione per avere garantita una adeguata stima di sé? Non è importante se le frontiere siano quelle del butulino, che ci consegna umanoidi plastificati, o quelle dei tatuaggi, che trasformano i corpi in improponibili ragnatele. L’importante è l’inconsapevole percezione di fare le stesse cose che fanno quelli che contano.
Tengo per ultimo, in questa carrellata di poteri, quello del consumo, ossia la frenesia del comprare. Un accumulo seriale che finisce per intasare ed intasarci. Robert Kiyosaki, un imprenditore americano, l’ha chiamata “la corsa dei topi”. L’idea che la felicità sia legata ad avere sempre di più, la paragona a quei topi che dentro ad una ruota continuano ad affannarsi, facendola girare, ma di fatto restando sempre fermi allo stesso punto. Siamo diventati cavie ammaestrate, dentro le ruote dei centri commerciali e dei grandi magazzini. Ruote strutturali, dentro le quali siamo immersi e dove tiriamo dentro le nuove generazioni.
Illusioni di felicità momentanee, che lasciano al margine della strada l’unica vera sorgente. Quella del servire, unico modo per essere felici.

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