Il Fatto di Bruno Fasani
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Il fenomeno delle baby gang, una triste realtà da affrontare senza scappare dalle responsabilità

Sono passati trent’anni da quando, giovane direttore di giornale, mi soffermavo sulla cronaca che arrivava dagli Stati Uniti, in cui si parlava delle baby gang...

Parole chiave: Il Fatto (343), Bruno Fasani (266), Baby Gang (5), Giovani (77)

Sono passati trent’anni da quando, giovane direttore di giornale, mi soffermavo sulla cronaca che arrivava dagli Stati Uniti, in cui si parlava delle baby gang. «Tranquillo – mi diceva un giovane che viveva da quelle parti –. Poco tempo e il fenomeno ce lo ritroveremo anche qui da noi». Come il chewing-gum, la Coca Cola e tutti i fenomeni di costume. Loro, gli americani, nel bene e nel male arrivano prima, ma poi l’onda attraversa l’Atlantico e ce la ritroviamo in casa. Mai profezia fu più vera. Ha fatto scalpore la notizia di due adolescenti che la scorsa settimana, in pieno centro a Verona, hanno mandato all’ospedale un ragazzo per rubargli il monopattino e un attempato signore che era intervenuto per cercare di difenderlo. Due scatenate amazzoni. O più brutalmente due giovani aspiranti delinquenti, agli esordi di una carriera che potrebbe rivelarsi devastante per il loro futuro e per la società, se solo non riusciremo a intervenire in tempo. I Servizi sociali ci dicono che ormai sono tra 15 e 20 le bande di adolescenti che operano sul territorio.
Cosa fare? Si chiedono psicologi, famiglie, amministratori, docenti… San Giovanni Bosco, che di giovani inquieti ne aveva incontrati tanti, diceva che il sistema repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti. Affermazione che ci riporta all’unica soluzione possibile del problema, che è quella educativa. È evidente che dietro il fallimento di questi ragazzi c’è un fallimento educativo. A cominciare dalla famiglia. Non ho nessuna intenzione di infierire, ma neppure quella di nascondere la testa sotto la sabbia. Se mai potessimo fare una radiografia ai mali della famiglia, scopriremmo che è da lì che cominciano i problemi. Genitori inconsistenti, alle prese con immaturità e miserie affettive che si riversano automaticamente sui figli. Si sente parlare di ragazzi deviati, figli di buona famiglia, dove in realtà la buona famiglia è spesso il paravento fragile e ipocrita per incartare situazioni ambigue ed affettivamente problematiche. È su questo versante che sarà necessario intervenire con urgenza, facendo passare un principio di responsabilità fondamentale. Fare un figlio non è questione generativa, ma educativa.
In questa ricerca del colpevole, viene spesso tirata in ballo la scuola. Che anch’essa viva un momento di debolezza, non ci piove. Ma anche qui bisogna stare attenti a non creare degli alibi. La scuola è debole perché l’abbiamo voluta rendere tale. Mettendo gli insegnanti in condizioni di impotenza educativa. Dare dei voti negativi diventa fallimento dell’insegnante, bocciare apre la strada del ricorso al Tar, richiamare i genitori sulla condotta del figlio apre a scenari inattesi. Scontro verbale se va bene, botte nel caso peggiore. La scuola, nel suo impianto educativo, è stata messa alle corde, obbligandola al limitarsi a dare competenze, una volta mortificata nel suo ruolo di educatrice.
Non scappa all’elenco degli accusati neppure la Chiesa. Ed è vero che essa è portatrice di molte opportunità. Si pensi solo all’oratorio, là dove esso funzioni correttamente. Ma anche questa prospettiva rischia di diventare un semplice surrogato, se la struttura ecclesiale si limita a diventare il luogo dove portare le tristi monotonie di sfaccendati e vuoti adolescenti. A una madre che rinfacciava il parroco, con parole violente, perché non dava i saloni parrocchiali per le feste del figlio, che da tempo aveva dimostrato quali feste gli interessassero, ho dovuto rispondere che il nostro compito non è quello degli affittacamere, ma quello di offrire stili di vita e valori, ai quali lei per prima aveva rinunciato, rifugiandosi ora in un pilatesco scaricabarile.

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