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Jole che ha inventato una Tac “portatile” per l’Africa

di FRANCESCA GARDENATO

Trasportabile tramite aereo, può essere installata ovunque (grazie anche al comico Giobbe Covatta)

Parole chiave: Tac (2), Salute (53), Africa (13), Mondo (8), Università (17), Storie (17)
Jole che ha inventato una Tac “portatile” per l’Africa

di FRANCESCA GARDENATO

Jolanda ha un sogno: permettere ai bambini e alle popolazioni delle zone più povere dell’Africa di avere accesso agli esami radiologici per essere curati in tempo. Il suo sogno è diventato ispirazione della tesi di laurea discussa il mese scorso; ora sta lavorando per realizzarlo concretamente.
Jolanda Luongo (nella foto, al centro), originaria di Benevento, vive a Soiano del Lago e si è da poco laureata in Tecniche di radiologia medica all’Università degli Studi di Verona. Come prova finale della laurea triennale, ha presentato il progetto di una Tac aviotrasportata: un macchinario all’avanguardia, piccolo e molto compatto, che può viaggiare su un cargo per arrivare in Africa ed essere usato in tensostrutture, con refertazione in cloud e diagnosi in telemedicina.
Jole, come la chiamano amici e parenti, si è iscritta all’università a 28 anni, una scelta maturata dopo casi di malattia in famiglia che l’hanno portata ad appassionarsi alla lettura di radiografie e Tac. Oggi, da trentenne, ha completato il suo percorso di studi e si affaccia al suo nuovo lavoro con un obiettivo: essere d’aiuto a chi soffre portando la diagnostica per immagini laddove è assente.
«Dopo aver fatto diverse attività e per sei anni l’estetista – racconta – mi sono appassionata alle immagini radiologiche seguendo dei casi di malattia familiare e ho sentito che questa era la mia strada». Grazie all’amicizia con il comico, scrittore e attivista Giobbe Covatta, ambasciatore di Amref e testimonial di Save the Children, Jole ha partorito il sogno di portare la radiologia in Africa, tassello dopo tassello. «Giobbe all’inizio ci ha scherzato un po’ su, com’è nel suo stile – rivela –, ma in realtà ne è stato da subito entusiasta, così ho iniziato a lavorare a un macchinario di diagnostica di II livello come la Tac, mobile, da trasportare laddove ci sono situazioni di difficoltà, in zone isolate o in luoghi di pandemia, per esempio nelle tensostrutture fuori dagli ospedali. Dopo l’esame in università con il prof. Pierluigi Mozzo, fisico sanitario, ho iniziato con lui la tesi di laurea e da relatore è diventato anche parte attiva del mio progetto».
Durante un’esperienza di tirocinio nel 2019 all’ospedale Magalini di Villafranca, Jolanda ha conosciuto un altro attore fondamentale per la realizzazione del sogno: il tecnico di radiologia Tiziano Tedeschi, ora pensionato, ma con un’esperienza lavorativa di 43 anni. L’amicizia che è nata è stata fondamentale per la concretizzazione di questo progetto di studio e ricerca, durato due anni e mezzo.
Per prima cosa, bisognava trovare la Tac idonea e l’aereo in grado di fare da sede a questa sala diagnostica viaggiante, da pensare nei minimi dettagli. «Il progetto della mia tesi – precisa Luongo – era relativo solo ad aerei cargo, ma poi il brevetto è stato depositato per una Tac che può essere trasportata con un carrello elevatore e può essere posizionata in un ospedale da campo o anche nelle tensostrutture Covid per limitare l’accesso ai nosocomi. Solo l’apparecchiatura ha un valore dai 100mila (se ricondizionata) ai 200mila euro, se nuova».
Quello dell’unità mobile di Tac sembra essere una novità assoluta. Finora ci sono state unità per la radiografia bidimensionale tradizionale, ma null’altro. Il lavoro di Jole si è articolato su due fronti: «Trovata la Tac più compatta, che occupasse meno di 10 mq, ho cercato un velivolo capiente, ovvero un cargo tattico, Alenia C27J Spartan militare, in grado di atterrare in poco spazio e su qualsiasi terreno. Se una Tac tradizionale richiede 32 metri quadrati di spazio e non può essere trasportata, la Tac Compact Revolution Act della G.E. può essere installata in soli otto metri quadrati».
Se non la si usa in emergenza, per cui l’esito non va comunicato nell’immediato, bastano un tecnico e un infermiere per l’esame, mentre la refertazione può essere fatta in telemedicina: «In pratica, possiamo fare un esame in Africa e farlo refertare a un medico in Australia o in Europa, con un elevato livello di protezione dei dati». È una sala diagnostica viaggiante a tutti gli effetti: «Può essere smontata e rimontata in un aereo, essendo pavimentata si può estrarre dal velivolo e utilizzare anche in una tensostruttura, evitando l’accesso dei pazienti in ospedale, come nel caso di una pandemia», rimarca Luongo.
Al progetto di Jole ha collaborato un’équipe di esperti: il prof. Pierluigi Mozzo, che ha curato la parte della legislazione italiana sulle radiazioni ionizzanti; Fabio Luongo, ingegnere aerospaziale che ha effettuato i calcoli strutturali; l’esperto in aeronautica Gilberto Nardon; Tiziano Tedeschi, che ha curato l’aspetto informatico, per telecomunicazione e teleconsulto, e uno specialista di apparecchiature diagnostiche, che preferisce rimanere anonimo. Il sogno di Jole ora è a un passo dal completarsi: vorrebbe vedere la Tac aviotrasportata in Africa, usata per la diagnosi di tubercolosi, Covid o altre patologie. «Sarebbe una grande soddisfazione per me – conclude – essere il primo tecnico a utilizzarla in uno dei villaggi dove questa tecnologia è assente. Mi piacerebbe collaborare con Amref e, tramite Giobbe Covatta, sto cercando di lavorare su questo fronte». 

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