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"Andrà tutto nuovo"

Diocesi, si ripartire con nuovo slancio. “Andrà tutto nuovo” è lo slogan con cui la Chiesa veronese vuole rilanciare la propria attività pastorale in modo deciso, ripensando a quanto va cambiato e avanzando proposte e idee

Parole chiave: Andrà tutto nuovo (5), Diocesi Verona (5), Pastorale (17), Fase 2 (5)
Logo con la dicitura "andrà tutto nuovo" dove la parola nuovo è stilizzata ricordando un viandante che cammina con il bastone su una strada

“Andrà tutto nuovo”: si apre qui uno spazio di ascolto e di proposte

Il richiamo alla responsabilità per contenere la diffusione della pandemia del Covid-19 non si esaurisce col prestare la massima attenzione alle regole da rispettare. Questa è una “resistenza passiva”, ma per la Chiesa è necessaria anche una partecipazione attiva: ciascuno secondo le proprie capacità e gli specifici ambiti di servizio – si chiamano anche ministeri e ne stanno nascendo di nuovi – è chiamato a collaborare, in una nuova elaborazione del significato e delle modalità dell’essere comunità viva non solo nella presente emergenza, ma guardando anche al dopo. “Tutti protagonisti” è la parola d’ordine e i prossimi passi, secondo gli indirizzi dei vescovi del Triveneto, sono volti a “conservare e rivitalizzare le dimensioni profonde di fede, carità e speranza che contraddistinguono l’esistenza cristiana; si tratta di vivere questo tempo con pazienza attiva, offrendo strumenti che aiutino la riflessione, il dialogo e il discernimento sul significato di quanto è avvenuto e sta avvenendo in questa fase di travaglio”. Uno di questi strumenti sarà la nuova rubrica di Verona fedele: “Andrà tutto nuovo”: uno spazio di discernimento dal basso sul popolo di Dio per evidenziare anche nuove opportunità. Si stanno formando le apposite figure dei “missionari dell’ascolto” con il compito di facilitare le relazioni che creano nuovi e più forti legami di comunità. È tempo di “valorizzare il sacerdozio battesimale di tutti i fedeli – ricordano i vescovi – nonché il ruolo della famiglia come piccola Chiesa domestica, i nuovi spazi e le ulteriori modalità per la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio”, senza indugi.

“Andrà tutto nuovo”. Forse è questo il neologismo con il quale dovremmo fare i conti in futuro. Sì, perché la pandemia ci ha catapultato in una fase della vita ecclesiale inedita che non possiamo ignorare. Il cambiamento d’epoca che già papa Francesco ci aveva annunciato e che gli orizzonti pastorali della nostra Diocesi avevano assunto come spunto di partenza, ora sembra proprio in atto. Un cambiamento che noi pensavamo sarebbe avvenuto in diversi anni, probabilmente siamo costretti a “subirlo” in pochissimo tempo. Questo chiama tutti noi ad aprire un processo di riflessione su dove il Signore ci sta conducendo e su quali suggestioni ci dona lo Spirito Santo per uno sguardo nuovo sulla pastorale e la vita della Chiesa di san Zeno dopo la pandemia. Ecco allora la necessità di aprire uno spazio di ascolto e di condivisione di pensieri e di lettura della realtà pastorale, per spronare tutti a un sobbalzo di speranza. Dopo un primissimo incontro on line avvenuto qualche giorno fa con i vicari foranei, da parte del Consiglio episcopale, la Diocesi si sta attrezzando per aprire un tempo di ascolto di tutta la realtà ecclesiale, dalle famiglie ai gruppi, dalle associazioni alle parrocchie, dai singoli agli esperti, per attuare un processo sinodale di ascolto, di pensiero e di condivisione di prospettive che garantiscano una ripresa dei cammini di annuncio del Vangelo nel prossimo avvenire. Lo spazio di ascolto avrà l’obiettivo di far camminare insieme laici, preti e religiosi per condividere ed elaborare le fatiche, curare le ferite che tutti abbiamo subìto in questo tempo; e allo stesso tempo elaborare prospettive di rinascita dell’azione pastorale della Diocesi. Per questo anche Verona fedele, in collaborazione con la Sezione pastorale della Curia, apre uno spazio di riflessione che ci aiuterà, assieme ad altri strumenti comunicativi, ad affrontare tutti insieme il cammino che ci sta davanti. Ringraziamo mons. Ezio Falavegna, docente di Teologia pastorale presso lo Studio teologico San Zeno, la Facoltà teologica del Triveneto e parroco ai Santi Apostoli, che apre la riflessione con un suo intervento forte e appassionato. Vuole essere solo l’inizio di una serie di contributi che ci accompagneranno nei prossimi mesi.
Mons. Alessandro Bonetti
Vicario episcopale per la pastorale

«Parta la “fase 2” per la Chiesa veronese”
Mons. Falavegna: come possiamo immaginare il domani delle nostre comunità?

Falavegna x sito

Credo che a tutti è dato di sentire in questi mesi di emergenza virus che “niente sarà più come prima”; anche se, in fondo al cuore, tutti immaginiamo e speriamo che tutto possa ritornare come prima. Anzi, che dovremo recuperare tempo e risorse per ritornare al passo di prima, almeno a rioccupare le postazioni precedenti. A ben guardare, forse, questa è anche l’impressione che si ha nel cogliere la realtà della vita pastorale che ci appartiene. Tutti a dire che non sarà più come prima; ma tutti, o quasi, pronti a rilanciare tutto ciò che ci apparteneva prima. A partire da qui, dalla realtà che ci è data di vivere in questo momento, come in modo apprezzabile stanno facendo alcune Chiese, dovremmo almeno condividere alcuni interrogativi. Il primo è: che cosa stiamo imparando da questo tempo e, contemporaneamente, quali cambiamenti stanno nascendo e come possiamo immaginare il domani delle nostre comunità? È quanto questo intervento e i successivi che verranno offerti, vorrebbero assumere nel tentativo di accogliere, discernere e impegnarsi nei confronti del “nuovo” che comunque questo tempo porta con sé, dal momento che nessun tempo è estraneo all’azione dello Spirito. A meno che non intendiamo questo momento come un incidente di percorso, da mettere tra parentesi e da non considerare come tempo di vita, e di vita ecclesiale. Eppure, mai come oggi, rispetto agli ultimi decenni, ci è dato di toccare la marginalità della Chiesa e, prima ancora, dell’espressione comunitaria della vita di fede delle persone. Uscendo da sterili polemiche, e assumendo con responsabilità il nostro vivere nel contesto sociale e globale che ci appartiene, oggi ci è data la possibilità, unica per certi aspetti, di poter tradurre in realtà un sogno pastorale coltivato da tempo. È possibile andare a costruire il nuovo rispetto a ciò che da tanto tempo ci siamo detti, riguardo a molti aspetti della nostra vita ecclesiale: dal bisogno di alleggerire la nostra “obesità pastorale”, all’esigenza di riconsegnare l’essenziale, anche dell’annuncio, al ripensare il cammino formativo alla vita cristiana, a come costruire comunità a misura del Vangelo, a un rinnovato stile nelle relazioni, a un ripensare le figure ministeriali, non da ultima quella dei presbiteri, a recuperare una qualità celebrativa, a maturare spazi reali di prossimità alle ferite della vita... Molte volte ci siamo anche detti che è difficile poter cambiare “stando in corsa”, dove cioè tutto è in atto e dove tutto sembra ugualmente importante, dove è impossibile abbracciare “un nuovo” perché ancora troppe le resistenze sul passato. Per certi aspetti, qualcuno suggeriva di fermare tutto, per poi ripartire. Nessuno di noi, però, e credo con buon senso, ha mai avuto l’opportunità, o forse semplicemente il coraggio di farlo. E ora, d’un tratto è bastato un virus a bloccare tutto e, paradossalmente, a consegnarci una nuova opportunità. Come tutte le opportunità però, possiamo rifiutarle o accoglierle, assumendole e investendo su di esse. È ciò che alcune Chiese in Italia, stanno cercando di fare, senza essersi poste in una forma di attendismo. Dobbiamo dirci, con altrettanta franchezza, che la fatica di immetterci nel nuovo che ci attende svela, come è normale che accada, anche le nostre precedenti fatiche. Non manca, infatti, il rischio di offrire dei sostitutivi, anziché procedere a una riflessione più impegnativa per intravedere insieme nuovi sentieri da percorrere. Talora ci accontentiamo di semplici surrogati che di fatto denunciano la nostra fatica a costruire vere azioni pastorali. Provo ad indicarne alcuni, senza che questi diano anche solo minimamente motivo di giudizio sulla bontà dell’intenzione di chi li ha realizzati. Così, vediamo che la partecipazione ecclesiale, che ha la sua dimensione più matura nella sinodalità, sembra oggi coincidere con una prassi verticistica spesso manifestata con periodiche comunicazioni; la formazione, che per sua natura chiede il protagonismo dei soggetti coinvolti, ritorna ad essere consegnata in forma di aggiornamento, spesso con video più o meno brevi dove si ascolta la lezione di qualcuno; la celebrazione si presenta sovente in termini di clericalismo, riducendo l’assemblea a un accessorio e con l’unico protagonismo del clero; l’incontro con la gente, da capacità di intessere una trama di relazioni, si trasforma in un cammino ascensionale, facendo dei campanili il luogo più appropriato per dare la benedizione; il vuoto nelle nostre chiese, accettato con sofferta e giustificata responsabilità, ci ha consegnato con virulenza una presa di coscienza del vuoto che molte delle nostre chiese già stavano registrando; il territorio, da spazio di vita geografico, è ridefinito dai contatti con l’ingegnosità degli strumenti mediatici; la cura e la prossimità nella sofferenza e nel lutto sono marchiate da forme di ritualità lontane dai luoghi in cui questa si consuma. Certo, nessuno nega che abbiamo fatto il possibile di ciò che sapevamo fare, ma nessuno deve distrarsi da quanto abbiamo e stiamo realmente consegnando. Le parole, gli stili, la modalità della nostra presenza, ci piaccia o no, vanno a delineare una azione ecclesiale che, a lungo andare, potrebbe deformare e svilire l’impegno profuso nella ricca tradizione del cammino che dal Vaticano II abbiamo assunto come cammino pastorale. Per questo, interrogarci senza la paura di difenderci, e lasciarci educare da questo tempo può permetterci di attingere e consegnare parole di Vangelo, tutti ci auguriamo, più udibili perché più comprensibili. 

Mons. Ezio Falavegna
Docente di Teologia pastorale

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