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Verso il voto del 26 maggio: Europa al bivio tra Unione e disunione

Giorgio Anselmi (Movimento federalista europeo): «Edificio incompiuto ma va rafforzato: il futuro? Una federazione, per evitarne l'impasse»

Parole chiave: Parlamento Europeo (1), Elezioni 26 maggio 2019 (1), Europa (13)
Verso il voto del 26 maggio: Europa al bivio tra Unione e disunione

Per decenni ha garantito la pace. È stata sinonimo di progresso, solidarietà, democrazia, benessere. Ma negli ultimi dieci anni l’Unione Europea è finita con l’essere percepita da molti come una macchina farraginosa. Il sentimento di coesione e il sogno di un’unità nelle diversità – in cui l’Italia, tra i Paesi fondatori, ha giocato un ruolo di primo piano – si sono un po’ persi per strada. O sono tramontati del tutto? No, secondo il veronese Giorgio Anselmi, presidente del Movimento federalista europeo ; da 40 anni, cioè dalle prime elezioni europee del 1979, è in prima linea per sostenere la causa europea.

– Si avvicina il voto del 26 maggio. In una sensazione generale di sfiducia, perché dare fiducia all’Europa? 
«Perché è l’unica dimensione possibile, se vogliamo avere qualche speranza per il futuro. Le prossime elezioni saranno un passaggio fondamentale: è in gioco la sopravvivenza stessa del processo di unificazione europea. L’Unione Europea, nata negli anni della Guerra fredda, non può continuare a esistere senza modificare la sua natura e le sue istituzioni in profondità».

– Il nuovo Parlamento europeo si troverà davanti a una sfida inedita.
«L’Europa dello status quo non potrà più sopravvivere. Mentre in passato ci si è illusi che si potesse andare avanti vivacchiando, ora occorre fare scelte radicali, anche agendo con un numero ristretto di Paesi. Per esempio, avendo il coraggio di rompere con l’unanimismo e il diritto di veto, permettendo a un’avanguardia di Paesi di riformare i trattati per avanzare risolutamente verso la federazione europea».

– È questa la soluzione da percorrere, a suo avviso?
«Sì, la prospettiva migliore è fare una grande riforma per trasformare l’Ue in federazione. Finora troppi compromessi l’hanno resa una costruzione indefinibile perfino agli occhi degli esperti. Occorre costruire una parte federale, con un nucleo di Stati disposti a fare questa scelta, e lasciare gli altri in un cerchio più ampio e meno impegnativo. Oggi l’Unione è ancora un edificio incompiuto, perciò traballante».

– Se la politica monetaria condivisa ha funzionato, non altrettanto si può dire per altri temi, dalla politica estera alla sicurezza comune...
«L’impotenza dell’Europa si manifesta proprio nei settori in cui la sovranità è rimasta agli Stati. E la sfiducia crescente verso Bruxelles è esplosa a partire dalla grande crisi, quando gli Stati nazionali hanno voluto prendere il sopravvento e decidere ognuno per sé. Ma non possono esserci diverse Europe oppure Europe a geometrie variabili. Lo dimostra il caso della Brexit, coi suoi esiti paradossali».

– Con le ondate migratorie si è svelata l’incapacità di agire in modo coeso fra i 28 Paesi membri.
«E questo dovrebbe dirla lunga sulla necessità di trovare soluzioni comuni. Ci sono problemi complessi che non possono essere risolti con decisioni prese singolarmente a Parigi, a Berlino o a Roma. A temi come l’immigrazione e la demografia gli Stati non possono dare risposte da soli: ci sono troppe grandi variabili in campo, che impongono di gestire in modo coeso queste problematiche».

– Invece soffiano sempre più forti i venti populisti e si alza la voce di chi l’Europa vorrebbe smontarla, in nome di una maggior sovranità dei singoli Stati. 
«È un errore. Questa chiusura va contro gli interessi dei Paesi e delle nuove generazioni. La mancata accettazione della redistribuzione dei migranti da parte di alcuni Stati ne è l’esempio lampante. Ma finché la sovranità resterà saldamente in mano ai singoli Stati, anziché all’Unione, le cose non cambieranno. Bisogna uscire dalla logica intergovernativa e dare spazio a un percorso federale, che guardi a un’Unione di Stati capace di rispondere con efficacia ai cambiamenti del nostro tempo. L’alternativa qual è? Diventare satelliti delle grandi potenze mondiali, che non vedono l’ora di approfittare delle nostre divisioni per spartirsi il Vecchio continente».

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