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«Meno frequenza ai sacramenti ma la vera fede si è rafforzata»

di ADRIANA VALLISARI

Bilancio di un anno di vita spirituale per la Chiesa scaligera

Parole chiave: Mons. Alessandro Bonetti (2), Vita Spirituale (1), Covid-19 (69), Pandemia (16), Chiesa (47)
«Meno frequenza ai sacramenti ma la vera fede si è rafforzata»

di ADRIANA VALLISARI

In un anno la frequentazione delle chiese e la partecipazione alle Messe sono state stravolte dal Covid-19: le tecnologie hanno aiutato a fare comunità, ma certo nulla è più come prima. Per rappresentare questo cambiamento, la Diocesi di Verona ha coniato il motto “Andrà tutto nuovo”. Quali ripercussioni ha avuto e avrà la pandemia sulla vita della Chiesa e delle comunità? Ne abbiamo parlato con mons. Alessandro Bonetti, vicario episcopale per la pastorale.
– Da cattolici, siamo riusciti ad aggrapparci alla preghiera e a coltivare speranza, o la pandemia ha intaccato persino la fede?
«Dall’ascolto dei parroci emerge limpido che i numeri della frequenza alla Messa non sono certo quelli del tempo pre-Covid. La capienza delle chiese è circa di un terzo e a Natale non sono arrivati in diocesi i diversi confessori esterni come negli altri anni. Eppure non mi pare ci siano stati grossi problemi di file per le confessioni e nemmeno la necessità di aumentare il numero delle Messe, se non in qualche raro caso. Tutto questo dice con chiarezza che quest’anno la frequenza ai sacramenti è notevolmente diminuita. Non è una sorpresa. Avevamo tutti la percezione che in qualche anno ci sarebbe stato un calo considerevole, tuttavia siamo rimasti sorpresi che questo sia avvenuto in pochi mesi. Non dobbiamo però fare un errore...».
– Quale?
«Credere che la frequenza alla Messa o alla confessione o, ancora di più, la partecipazione alle attività della parrocchia sia sempre stata il segno di una fede vera. La fede è saper leggere la propria storia alla luce della Parola di Dio e frutto dell’esperienza di una relazione vera con il Cristo. La fede è la luce che permette di vedere la storia con la speranza che viene dall’amore di Dio che in Gesù Cristo Signore si è fatto uno di noi e che ci raggiunge ovunque. Perciò la pandemia non ha fatto altro che mettere in evidenza ciò che già era parte della nostra storia. Così, in questo tempo, chi ha coltivato la fede l’ha ritrovata rafforzata anche dalle difficoltà e dalla solitudine. Chi l’aveva data per scontata, invece, ha rischiato di trovarsi nella fatica di dare un senso alla propria storia e soprattutto, purtroppo, di scorgere segni di speranza».
– Dal punto di vista spirituale, possiamo fare qualcosa per non perderci per strada?
«Credo che prima di tutto dobbiamo avere il coraggio di dire cosa non fare: non cadere nella tentazione di tornare al passato, di guardare indietro con nostalgia e di chiuderci in una difesa a oltranza della struttura. La Chiesa tutta dovrebbe ricordare la parola di san Paolo, che dice: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Filippesi 3,13-14). Il futuro della Chiesa dipende da coloro che hanno ricevuto il dono della fede e sono chiamati oggi a diventare portatori di luce. La fede è trasmessa nella relazione d’amore e tutti i credenti sono capaci d’amore, ognuno è chiamato a dire la propria fede con la vita. Prima di tutto perché la fede cresce comunicandola e poi perché il nostro tempo ha bisogno della piccola luce di ciascuno perché altri siano illuminati. Oggi non c’è bisogno di chi ci spiega come vivere, se mai fosse stato necessario, ma di chi, con amore, dentro relazioni vere, mostra la bellezza della prospettiva della fede in Cristo».
– Si riparte da qui, dunque.
«Con la pandemia la struttura, l’attività e l’organizzazione ci sono state bruscamente tolte. È un segno dei tempi che invita i cristiani, e quindi le comunità, a cercare l’essenziale: a correre verso chi è così provato che non sa più darsi senso, per soccorrere, accompagnare, aiutare, amare. I poveri tutti, nel corpo e nello spirito, sono la nostra ricchezza, il luogo da abitare per non perderci. Per accompagnare chi incontriamo con la luce di Cristo, senza pretese di convertire nessuno, ma lasciando allo Spirito il primato di agire nel cuore di chi accogliamo con amore».

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