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«Insieme e senza isterismi sconfiggeremo il virus»

Il sociologo Mauro Magatti: non è la fine del mondo, ma lo cambia. Questa vicenda lascerà il segno: ecco perché la preghiera diventa importante...

Parole chiave: Sociologo (1), Intervista (4), Coronavirus (96), Società (18), Opinioni (39)
«Insieme e senza isterismi sconfiggeremo il virus»

«Fatto salvo l’invito a non drammatizzare, questa è una vicenda che lascerà il segno, non è una cosa superficiale». Ne è convinto il sociologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (ma anche commentatore di vaglia per Avvenire e tante altre cose), Mauro Magatti. Lo abbiamo intervistato per farci offrire una lettura “in profondità” sugli effetti che la vicenda Coronavirus sta producendo nella nostra società.

– Perché, professore, la questione Coronavirus ci colpisce in profondità?
«Perché mette in crisi la fiducia che abbiamo avuto per tanti anni, di poter controllare tutto e dominare tutto. Certamente, questa è una questione globale come altre di questi anni, pensiamo al clima e alle migrazioni, che pure mettono in dubbio le nostre sicurezze e il nostro modello di sviluppo. Insomma, è una questione che non va drammatizzata ma neppure minimizzata, non si tratta solo di emotività ma di reazione a un problema di portata globale».

– Resta, in questo, il tema della paura. Come vede, da questo punto di vista la situazione in questi giorni?
«Mah... io non esagerei sulla paura. È indubbio che siamo di fronte a un fatto nuovo e inaspettato. Di epidemie si legge nei libri di storia, è inevitabile che si generino paura e angoscia. La preoccupazione è comprensibile, e ci vuole anche un po’ di tempo per abituarsi all’idea. Devo dire, però, che a parte alcune reazioni iniziali, come la caccia alle mascherine o lo svuotamento dei supermercati, io vedo nella gente una grande compostezza. Noi assistiamo a fenomeni drammatici, anche nelle zone rosse mi sembra che tutti siano fondamentalmente tranquilli. Piuttosto, aggiungo che sono sorpreso molto negativamente dalla reazione del mondo della finanza...».

– Perché, professore?
«Perché mi pare evidente che qui la compostezza non c’è proprio. Io posso anche capire che per un momento il signor Rossi si faccia prendere dal panico, ma che la stessa cosa capiti ai signori della Finanza è una cosa ben diversa».

– A suo avviso, l’Italia in questo frangente si sta scoprendo più egoista o più solidale? Come ne usciremo?
«A questa domanda per ora non so rispondere, dipende da molte cose e mi sembra presto. Di sicuro, a me sembra che dobbiamo fare di tutto per trasmettere che il problema c’è, è serio, ma non è la fine del mondo. Da sempre le società umane vanno avanti con il gruppo, la solidarietà, come risposte alle spinte primordiali. Queste sono questioni – ma ce ne sono anche altre – che ci riguardano tutti insieme e si risolvono solo potenziando la cooperazione tra noi».

– La politica, però, sembra spesso andare in senso contrario, e soffiare proprio sulle emozioni e in particolare sulla paura...
«Il tema della paura, non solo in queste ultime settimane ma da tempo è, ahimè, molto importante nelle vicende politiche. È pericoloso speculare sulle paure, ma anche correre dietro a chi invece afferma strumentalmente che la paura non ha senso. In ogni caso, giocare sulle paure non fa il bene del Paese».

– In questo momento di fragilità, come cristiani ci troviamo anche privi dell’assemblea eucaristica. Ritiene che questo fatto sia rilevante?
«Sì, è un fatto significativo, che racchiude al suo interno diversi significati. Trovo comprensibile che i vescovi abbiano aderito all’invito del Governo, basato sul parere delle autorità sanitarie. Però, dall’altra parte, il tutto è davvero paradossale. Mi colpisce da una parte il comprensibile appello ad avere fiducia nella scienza. Eppure, proprio in questo momento ci sentiamo fragili, mortali. Diciamola tutta, in questo momento avvertiamo tutti insieme la presenza della morte che da fatto privato diventa un fenomeno pubblico. Proprio in questo momento la preghiera, che non è certo uno sfogatoio, diventa importante. E una chiesa, con tutto il rispetto, non è come uno stadio. In questa situazione, personalmente, inviterei tutti a riflettere sul valore della preghiera, la cui parola ha la stessa radice di “precario”. Da sempre la preghiera aiuta a governare questo faccia a faccia con la morte».

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