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È la delocalizzazione, bellezza

Si producono beni sempre più abbondanti a costi sempre più contenuti, ma lo si fa a scapito di tutto e tutti

Parole chiave: -sfruttamento (1), Ingiustizia sociale (1), Lavoro (26), Economia (49), Globalizzazione (2), Povertà (10)
Foto storica: bambini al lavoro

È possibile pagare un euro al chilo la carne di maiale destinata a macelli e salumifici? No: è possibile pagarla anche meno. Arriva a questi prezzi da Germania, Danimarca, Ungheria, costa la metà di un cappuccino al bar; arriverà sugli scaffali anche a soli 3 euro al chilo, meno della cicoria o di uno spicchio di pizza.
Dietro – e lo abbiamo scoperto nelle cronache di questi giorni – ci sta tutto ciò che non va nel nostro modo di produrre e consumare. Che da una parte ha prodotto beni sempre più abbondanti a costi sempre più contenuti; dall’altra lo ha fatto a scapito di tutto e tutti.
Allevamenti intensivi giganteschi, che nutrono gli animali non certo con ghiande selezionate, mandano poi maiali, vitelli, polli in macelli altrettanto giganteschi dove “cooperative” di lavoratori – tutti quanti stranieri dell’Est – lavorano a paghe orarie che un tedesco troverebbe offensive. In condizioni di promiscuità e di “confort” che sono stati il detonatore di centinaia di casi di contagio da Covid.
Ma tanto, sono “bestie” che macellano bestie, no? Ovviamente ben nascoste agli occhi di quei consumatori (cioè tutti noi) che si felicitano di trovare nel carrello della spesa carne a prezzi stracciati o sughi di pomodoro che, se li facessimo noi in casa, costerebbero dieci volte di più.
D’altronde noi italiani non abbiamo nulla da imparare dai tedeschi quanto a sfruttamento della manodopera straniera nei campi di ortofrutta pugliesi o calabresi, o nelle tessiture “cinesi” sparse per mezza Italia. E se vogliamo tirare su il velo sull’ipocrisia che ammanta la “delocalizzazione degli impianti produttivi”, questa si basa su paghe miserrime, orari pazzeschi, sfruttamento minorile, sindacalizzazione nulla, welfare inesistente così come il pagamento di imposte o altro. Insomma si fa in Cina, Vietnam, India, Egitto, ma anche Turchia o Romania quel che a casa nostra sarebbe semplicemente inaudito. I nostri diritti si sono scaricati sulle teste dell’umanità dolente. Ma, come diceva il saggio, “occhio non vede…”.
Noi ricchi siamo diventati il mercato in cui vendere merci prodotte chissà come e chissà dove. L’importante, come dice il quiz, che il prezzo sia giusto. Dovrebbe essere equo, dovrà esserlo. Possiamo deciderlo noi ogniqualvolta mettiamo la mano dentro il nostro portafoglio, ogniqualvolta ci interessiamo di sapere, capire, scegliere. Per non essere complici di ciò che abbiamo faticosamente eliminato dalle nostre vite in questi decenni.

Fonte: Sir
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