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L’Aids, il virus che stavamo battendo e che ora torna alla carica

Con l’arrivo del Covid-19 sembrano scomparse tutte le altre malattie ed è uscita dai radar quella che negli ultimi decenni era considerata la vera pandemia: l’Aids.

Parole chiave: Aids (1), Hiv (1), Giornata mondiale contro l'Aids (1)
L’Aids, il virus che stavamo battendo e che ora torna alla carica

Con l’arrivo del Covid-19 sembrano scomparse tutte le altre malattie ed è uscita dai radar quella che negli ultimi decenni era considerata la vera pandemia: l’Aids. Della sindrome da Hiv si cominciò a parlare nel 1981 quando si riconobbe l’esistenza di una nuova malattia che induceva uno stato di progressiva immunodeficienza. Girava già da alcuni anni e si diffuse in breve in tutto il mondo, rimanendo a lungo mortale per tutti i contagiati. Una particolare combinazione di farmaci riesce oggi a cronicizzare l’infezione, immobilizzando di fatto lo sviluppo del virus. Il calo del tasso di mortalità in Occidente ha portato via via a sottovalutarne l’importanza. Per questo risulta fondamentale la Giornata mondiale contro l’Aids (1° dicembre) che è storicamente la prima legata alla salute. Il bilancio 2020 rappresenta una delusione, dato che era l’anno in cui si sperava di dichiarare vinta – o molto ridotta – questa epidemia. Si calcola che nel 2019 siano morte 690 mila persone per malattie legate all’Aids. I numeri dei nuovi contagi si presentano contrastanti: si calcola che nell’ultimo decennio si siano ridotti del 38% nell’Africa orientale e meridionale, mentre sono aumentati del 72% in Europa orientale e Asia centrale, a cui vanno aggiunti Medio Oriente e Nord Africa (+ 22%) e America Latina (+ 21%). Le più colpite, anche l’anno scorso, sono le giovani donne nell’Africa sub-sahariana con un calcolo statistico di 4.500 ragazze (15-24 anni) contagiate dall’Hiv ogni settimana. Nello stesso anno molti Paesi hanno diminuito i finanziamenti per rispondere all’epidemia, con un ammanco di circa il 30% degli oltre 26 miliardi di dollari annuali calcolati perché siano efficaci misure di prevenzione e cure. Anche per questo nel 2019 quasi metà dei 38 milioni di persone che convivono con l’Hiv non ha avuto accesso alle cure salvavita. Lo scoppio della pandemia Covid-19 è stato un ulteriore duro colpo perché ha portato a catalizzare lì ogni sforzo, con gravi interruzioni degli altri servizi. Si calcola che un’interruzione completa di sei mesi nel trattamento dell’Hiv potrebbe causare più di 500mila decessi nell’Africa subsahariana nel prossimo anno (gli stessi livelli del 2008). Anche un’interruzione del 20% potrebbe causare altri 110mila morti. L’agenzia delle Nazioni Unite per combattere l’Aids sposta ora l’obbiettivo finale al 2030, salvo non perdere ulteriore tempo. A dare speranza, l’evidenza che laddove si è agito con prontezza, competenza e lungimiranza, i livelli di trasmissione sono ridotti in modo significativo. Eswatini, Lesotho e Sudafrica, in particolare, hanno ridotto drasticamente le infezioni grazie a diverse forme di prevenzione (compreso il sostegno sociale ed economico per le giovani donne) e ad alti livelli di copertura del trattamento per le popolazioni prima non raggiunte. D’altronde si può sempre scegliere se affrontare le sfide con lo stile del “tutti contro tutti e si salvi chi può” oppure mettere il meglio di ciascuno per il bene di tutti.

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