Pentagrammi
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Il vivo ricordo di Claudio Abbado intellettuale e artista europeo

Cade il 20 gennaio il quinto anniversario della morte di Claudio Abbado (Milano 1933 – Bologna 2014), vale a dire di uno dei musicisti che più e meglio hanno portato la cultura italiana nel mondo...

Parole chiave: Claudio Abbado (1), Pentagrammi (19), Mario Tedeschi Turco (13)

Cade il 20 gennaio il quinto anniversario della morte di Claudio Abbado (Milano 1933 – Bologna 2014), vale a dire di uno dei musicisti che più e meglio hanno portato la cultura italiana nel mondo. Italiano lo era, Abbado, di nascita e di prima formazione, ma il grande direttore d’orchestra era soprattutto un intellettuale e artista europeo, non solo per i lunghi anni di perfezionamento viennese o per l’attività a Berlino, a capo della migliore orchestra del mondo (dal 1992 al 2002), ma in virtù di approccio globale alla musica come categoria del pensiero e della cultura. Senatore a vita per nomina del presidente Napolitano nel 2013, che ha così giustamente onorato uno dei simboli del sapere nazionale, Abbado è per fortuna ancora vivo nelle moltissime incisioni discografiche, che anche oggi possono costituire un sicuro punto di riferimento per l’appassionato e lo studioso.
Un primo carattere della sua arte, lo si accennava sopra, è da cercarsi nel concetto che presiedeva alla scelta dei programmi concertistici, spesso organizzati in cicli tematici: dalle musiche su soggetto shakespeariano, al mito di Prometeo, alla figura del Viandante romantico, al nesso esistenziale di Amore e Morte, i concerti di Abbado non erano solo esecuzioni smaglianti, bensì occasioni di conoscenza, di dialogo ininterrotto tra la musica, la letteratura, la filosofia, le arti figurative. Il tutto in un arco cronologico, nella scelta delle musiche, che giustapponeva il classico al contemporaneo, il romantico al modernista.
Ma la consapevolezza culturale (e storico-filologica) non si fermava alla pur geniale invenzione di impaginati concertistici di alto rilievo intellettuale e interdisciplinare: si pensi alla sua integrale delle sinfonie di Schubert (in catalogo da Deutsche Grammophon) che teneva conto del lavoro di ricerca del musicologo Otto Biba, il quale aveva rinvenuto passaggi manoscritti, diversi dalle edizioni a stampa normalmente in uso, per le Sinfonie 4, 6, 8 e 9, ciò che ha reso possibile ascoltare per la prima volta le vere indicazioni di accento e dinamica concepite da Schubert. Si pensi ancora al leggendario allestimento del Boris Godunov di Mussorgskij, per il quale collaborò con il sommo regista Andrej Tarkovskij, eseguito nell’originale orchestrazione d’autore, e non in quella normalmente in uso di Rimski-Korsakov; o si consideri l’importanza della sua azione di direttore artistico della Scala, quando volle, nel 1979, l’esecuzione integrale ricostruita e completata da Cerha del capolavoro di Alban Berg Lulu (la direzione ne fu affidata a Pierre Boulez), uno dei classici imprescindibili del teatro musicale novecentesco, mai prima eseguito in Italia.
Su tutto, ciò che stupisce ascoltando i suoi dischi è la capacità formidabile di unire tensione drammatica a una sublime vaporosità sonora, con scrupolo analitico mai pedante o scolastico, ma invece schietto, vibrante, di urgenza vitalistica elettrizzante. Abbado ha insegnato al mondo intero come la più profonda e complessa interpretazione del sinfonismo occidentale possa essere sempre plasmata con leggerezza, con grazia e forza al tempo stesso: oltre alla cartesiana chiarezza di Toscanini, in modo diverso dal lirismo dolente di Giulini o dal granitico rilievo retorico del quasi coetaneo Riccardo Muti, Abbado ha creato un mondo sonoro unico, da Bach e Pergolesi sino a Nono e Kurtàg, che resta oggi un punto di riferimento (tecnico, poetico e filosofico) di cui non solo l’Italia continua a far tesoro.

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