Pentagrammi
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Berlioz, gigante del Romanticismo a 150 anni dalla morte

Lo spazio di Hector Berlioz (1803-1869), nell’ambito della cultura europea, è vasto, ramificato, espandendosi dalla musica alla poesia, dal teatro alla narrativa, fino alla riflessione critica, alla saggistica, all’estetica: siamo in presenza infatti di uno di quei geni che segnano un’epoca, andando oltre il luogo deputato della loro disciplina per costruire un orizzonte di senso e cultura di ampiezza inusitata, edificando un’opera che può a buon diritto porsi come “critica della cultura” del proprio tempo, e in egual modo fornendo prospettive visionarie per lo sviluppo dell’arte futura.

Parole chiave: Berlioz (1), Romanticismo (1), Pentagrammi (16)

Lo spazio di Hector Berlioz (1803-1869), nell’ambito della cultura europea, è vasto, ramificato, espandendosi dalla musica alla poesia, dal teatro alla narrativa, fino alla riflessione critica, alla saggistica, all’estetica: siamo in presenza infatti di uno di quei geni che segnano un’epoca, andando oltre il luogo deputato della loro disciplina per costruire un orizzonte di senso e cultura di ampiezza inusitata, edificando un’opera che può a buon diritto porsi come “critica della cultura” del proprio tempo, e in egual modo fornendo prospettive visionarie per lo sviluppo dell’arte futura.
Tutti gli appassionati conoscono la sua Sinfonia fantastica (1830), eppure è difficile oggi calcolarne l’impatto sconvolgente sul pubblico e i musicisti dell’epoca: Schumann e Liszt vi dedicarono ampi saggi critici, i compositori ne mutuarono stile e idea, trovandovi, forse per la prima volta, quell’opera perfetta nella quale il suono e il racconto riuscivano a incontrarsi in un luogo estetico terzo, di pura immaginazione creativa che incarnasse l’energia stessa della vita psichica, nella quale pensiero, idea, visioni soggettive potessero divenire oggettive grazie alla musica. La quale, dunque, è linguaggio: privo di una semantica precisamente verbalizzabile, ma di certo in grado di costituire un’esperienza di sintesi percettiva e concettuale quale mai prima era stata osata con una tale coerenza, compattezza, coesione. Una sinfonia che racconta una storia, alcuni “episodi della vita di un artista”, sostanziata d’impeto amoroso, di lirismo contemplativo di fronte alla Natura, di ossessioni autodistruttive, di nerissime fantasmagorie gotiche: grazie ai titoli dei movimenti, grazie all’introduzione fatta di parole a orientare l’ascolto, grazie all’utilizzazione di motivi musicali ricorrenti, Berlioz plasma il concetto del poematismo musicale, e quindi di quella unione tra le arti che sarà raccolta da altri compositori del XIX e del XX secolo, e che ci pare il segno fondamentale anche della contemporaneità artistica.
Nel suo teatro musicale, poi, svetta l’opera I Troiani (1858): riscrittura e meditazione sull’Eneide, contesta di echi shakespeariani con il furore che solo il Romanticismo ottocentesco poteva innervare in una tela drammaturgica, questo dramma musicale anticipa Musorgskij nel porre al centro del racconto il ruolo d’un popolo intero in balia della violenza della Storia. Cesellata nella composizione tra vocalità tragica e sinfonismo eroico, I Troiani disegna un diagramma d’impulsi perfettamente calcolati tra “veemente azione e muta sofferenza, raccoglimento e violenza” (Henry Barraud), creando uno degli spettacoli più epici, intensi e coinvolgenti di sempre. Ma sono ancora moltissime le suggestioni che provengono dal suo epos musicale: l’Aroldo in Italia, per orchestra, ispirato a Byron; La dannazione di Faust, da Goethe, a metà tra opera e oratorio; Les nuits d’été, sei melodie per voce e orchestra su testo di Gauthier, un incanto ipnotico di evocazione, tra parola e suono.
E il Nostro fu anche grande prosatore, non solo nella sua autobiografia, ma per esempio nei Grotteschi della musica: un fuoco di fila di invenzioni ora buffe, ora pensose, con l’umorismo e l’afflato narrativo di un Balzac. Un colosso, Berlioz, che ci parla ancora oggi da un secolo ugualmente colossale, capace di scommettere sull’arte come interpretazione dell’integrale umano: ottimo antidoto al grigiore quotidiano e al pensiero debole che spesso pervade il nostro presente.

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