Papa Francesco
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Il Creato, strumento dell’uomo per fare il bene

Promuovere il bene non si riduce al rispetto delle forme viventi o alla salvaguardia del paesaggio. Si realizza nella custodia e nella valorizzazione di quanto favorisce autenticamente la vita umana.

Parole chiave: Papola (2), Laudato si' (21)

Il II capitolo dell’enciclica di papa Francesco Laudato si’ è dedicato a presentare le problematiche esposte nel I capitolo alla luce delle Scritture, e mantiene vivo l’appello a coltivare lo stupore per il creato, con uno sguardo profondamente contemplativo (cf n. 11; 12; 91), e a coniugare la cura per la terra con l’attenzione e la promozione della giustizia (cf n° 78-92).
Un particolare rilievo è accordato al racconto della creazione che suggerisce che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: “la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra” (n. 66), e ancora “che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri” (n. 70). A partire da questo sfondo provo a sottolineare qualche aspetto per declinare le suggestioni dell’enciclica.
L’autore di Genesi 1 vede la realtà come un segno, e che ogni creatura, chiamata all’esistenza da una parola divina, è pure una “parola” di Dio, cioè rivela, a chi sa vedere, qualcosa di Colui che è indicibile, che non si può vedere (cf LS 84; 85). Nei Salmi (cf 19,2-5; 96,12; 98,8; 148,3) tutto il creato risplende come se fosse una grandiosa celebrazione liturgica. Ciò è sottolineato ulteriormente perché l’azione divina non termina con il fare: la creazione deve essere per qualcuno, è un bene che deve essere proclamato e l’eco è ricondotta a Dio.
Per sette volte, come a commentare le varie opere, si ripete “e Dio vide che era cosa buona”; la settima volta il ritornello si modula con qualche variante; la lode di Dio è rivolta a tutto ciò che aveva fatto, visto come assai buono. Lo sguardo di Dio è un giudizio di lode. L’autore non solo conduce a contemplare che cosa Dio fa, ma mostra soprattutto che cosa il Creatore apprezza, e così fa entrare chi legge queste parole nel sentire divino. La formulazione ci consegna uno sguardo divino che abbraccia la totalità del creato senza eccezioni, accompagnato da una parola di apprezzamento pieno, senza ombre. Tutto è bello e buono, come indica l’aggettivo ebraico. La creazione ha bisogno di questo sguardo del suo Creatore per giungere a compiutezza. È un vedere che, mentre riconosce, rivela la qualità positiva del creato, evocando la benedizione (cf Sap 11,23-26).
Dio sospende il suo fare e si ferma a contemplare il risultato della sua parola. La sua ammirazione apre lo spazio all’uomo per unirsi alla medesima meraviglia, dà la possibilità di non consumare il tempo in un fare senza tregua, ma di interrompersi per gustare il tempo, lo spazio, le cose, il mondo, tutto quello che si è fatto, riconoscendolo compiuto, bello, buono.
Va precisato che “lo sguardo che il Creatore rivolge a ciò che sgorga dalla sua Parola non è estetico; egli non ammira uno spettacolo affascinante, il cui scopo si esaurisce nell’atto dello stupore meravigliato, nel godimento del bello, nell’appagamento che lo spirito prova a motivo di una qualche perfezione formale. Dio non si compiace in ciò che crea, quasi fosse un artista soddisfatto di se stesso, che espone la sua opera per essere applaudito. Non che egli non vi ravvisi il bello, che è armonia e funzionalità, ma questa categoria (estetica) […] è sottoposta a un’altra, più fondamentale categoria, quella etica della bontà” [P. Bovati Genesi 1: vivere l’armonia del creato, in Civiltà Cattolica 3902 (19/1/2013) 116-117]. Ora, l’opera divina non è buona perché bella, o perché risponde a un criterio di efficienza, ma perché è fatta con amore e per una finalità buona, perché è creata come strumento di bene che l’uomo può compiere.
Occorre che l’essere umano assumi consapevolmente, nella libertà e con responsabilità, la bontà del Creatore, ne avverta l’appello per promuovere e realizzare la bontà della creazione. Il testo di Gen 1 suggerisce che la bontà dell’uomo si compie nell’imitazione di Dio-Padre di cui sono presentati una serie di atti esemplari e un comando rivolto esclusivamente all’essere umano, quello di “dominare” la terra. Quando si compie il bene in questo dominare? Tra i vari aspetti, uno che si trova anche in Laudato si’ (cf n. 68; 71, 237) è «l’assunzione del tempo. La separazione fra le opere create, oltre a favorire l’apprezzamento per la loro specifica qualità e la loro precipua utilità benefica, ha in realtà lo scopo di suggerire la legge della storia, che è la produzione progressiva, graduale del bene, fino al suo compimento. Assumere la giusta cadenza del tempo, sapendo operare, ogni giorno, ciò che va fatto in quel giorno, e assumere il riposo, come gioiosa accoglienza del dono, come godimento regale, questo è il modello che il Padre celeste mostra al figlio, il quale, imitandolo, diventa simile a lui, creatore dell’armonia della storia» (Bovati, Dio 1, 120).
Promuovere il bene non si limita o si riduce perciò al rispetto delle forme viventi, o alla salvaguardia del paesaggio, ma si realizza nella custodia e nella valorizzazione di quanto favorisce autenticamente la vita dell’uomo, si quanto promuove la concordia e la difesa dei più deboli (LS 90-95). Le scoperte e le innovazioni, secondo la Scrittura, sono progresso e sono “cosa buona” quando sono al servizio della persona, quando sono mediazione della comunione fra gli uomini (LS 103-105).
Nei testi dell’Antico Testamento la relazione dell’uomo a Dio e alla terra si riassume nell’espressione “essere forestieri e ospiti” (cf Dio 25,23). La metafora significa due cose: nella terra il popolo occupa la posizione di “affittuario”, trova sulla terra rifugio e diritto di asilo, ciò gli garantisce il diritto di vivere e di lavorare. Ma questo diritto non è senza doveri. Da una parte il popolo non può utilizzare a suo piacimento un bene che non gli appartiene realmente; dall’altra parte, la relazione di Dio con gli Israeliti li obbliga a trattare con riguardo tutti coloro che hanno bisogno di protezione, sul loro suolo. Il popolo è così chiamato a vivere nella terra la fiducia nel Dio provvidente e una effettiva solidarietà con gli altri.
La terra, che pure è asservita, deve respirare a un ritmo sabbatico (cf LS n. 71). Non si tratta tanto di una buona gestione delle risorse, è piuttosto un comando generale di rispetto della natura di cui non siamo i proprietari ma solamente gli usufruttuari, è questione di adottare un’attitudine responsabile. Le risorse naturali costituiscono un patrimonio che si rispetta e si trasmette, per questo si promuove la moderazione nel consumo di oggi per valorizzare la terra domani. Ma tutto ciò è un segno, necessario, per dire che al centro più ancora dell’integrità della terra c’è la libertà degli uomini, per cui nel ritmo settimanale e annuale del sabato si accorda riposo alla terra, liberazione al debitore, affrancamento al servitore, promuovendo, a intervalli regolari, la concordanza dei tempi, la solidarietà dei ritmi sociali. In questo esercizio, che coniuga attenzione ecologica e gesti concreti di solidarietà, è possibile intravedere qualcosa che è al di là del tempo e che ha a che fare con la logica del dono.

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