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La solitudine, una malattia che val la pena provare a curare

D. De Leo - M. Trabucchi
Io sono la solitudine
Guida pratica per conoscerla e affrontarla
Gribaudo
Colognola ai Colli (VR) 2021
pp. 200 – euro 14,90

La solitudine, una malattia che val la pena provare a curare

La solitudine come malattia, che attraversa ogni età. Come nemica ostile, che non conosce confini geografici. Come condizione, che può colpire indistintamente tutti, ma in maniera particolare chi è anziano. A partire da queste coordinate si muove il libro Io sono la solitudine scritto a due mani da Diego De Leo, direttore del dipartimento di Psicologia alla Primorska University, in Slovenia, e Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione italiana di Psicogeriatria.

Dal riconoscere il problema, allargando lo sguardo alla società com’è diventata oggi, tra frammentazione e disorientamento, riduzione delle nascite e allungamento della vita media. Fino a suggerire alcune modalità per contrastare questa forma di fragilità, che crea sofferenza e che talvolta diventa un peso per la condizione clinica della persona anziana. Questa la parabola descritta nelle 200 pagine della pubblicazione, che tratta la questione con competenza, supportando i capitoli con dati scientifici. E al tempo stesso con chiarezza, per diventare uno strumento a portata di mano per familiari che accudiscono un anziano e per le persone in generale, aiutando a comprendere quando l’isolamento arriva a generare angoscia. Così, dalla dimensione domestica, lo sguardo dei due autori si amplia alle solitudini di immigrati irregolari, di migranti, di carcerati, di poveri e senzatetto. Anche di preti anziani, quando il legame con la comunità nella quale hanno prestato anni di servizio si assottiglia.

Voci da ascoltare. Perché la solitudine è patogena, uccide. Di solitudine si muore, insistono gli autori: l’isolamento porta a uno stato di passività, a un’accettazione dolente, quindi a un’apatia che si traduce col tempo in rinuncia. Accade negli spazi ristretti delle abitazioni e nelle case di riposo, dove il concetto di “cura” deve declinarsi in diverse forme: accompagnamento, supporto, vicinanza e dedizione. A maggior ragione nella stagione, non ancora conclusa, della pandemia da Covid-19 che ha cambiato prospettive che parevano certe, sollevando nuovi interrogativi. Difficile prevedere il futuro, ma certamente esiste una modalità diversa di affrontare il presente che coinvolge la società, l’economia, la tecnica e le moderne tecnologie. “Abbiamo bisogno di tante persone, uomini e donne, che lavorino per ridurre il più possibile la sofferenza indicibile di chi è solo e non trova nessuno che risponda alla sua richiesta di aiuto nel momento del bisogno. Le troveremo?”, concludono. La risposta è racchiusa nelle pagine stesse del volume: è insita nella speranza suggellata da un “non ti abbandono”, da gestire con parsimonia e delicatezza. È vicinanza e atto sincero di cura nonché medicina contro la solitudine: una malattia, certo, da provare a curare.

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