La città di Dio
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La grande dignità di essere discepolo

Agostino si sente incalzato da una domanda di fondo: “Fra una così numerosa turba di dei, che i Romani venerano, quale soprattutto o quali credono che abbia esteso e salvato quell’Impero?” (De civ. Dei, IV, 8). In effetti, gli dei romani sono una pletora, una folla infinita per ogni ambito della realtà. D’altra parte, Roma è così grande per merito di Giove, il re degli dei...

Parole chiave: La città di Dio (7), Sant'Agostino (43), Mons. Giuseppe Zenti (211)

Agostino si sente incalzato da una domanda di fondo: “Fra una così numerosa turba di dei, che i Romani venerano, quale soprattutto o quali credono che abbia esteso e salvato quell’Impero?” (De civ. Dei, IV, 8). In effetti, gli dei romani sono una pletora, una folla infinita per ogni ambito della realtà. D’altra parte, Roma è così grande per merito di Giove, il re degli dei. Agostino ironizza sottilmente, quasi con senso di compassione però, sul groviglio della mitologia degli dei. A Giove, ad esempio è stata data in moglie e sorella Giunone. Un’altra sottile ironia: Giove è dunque considerato il re. È ovvio che è stato lui a fondare e far incrementare l’Impero Romano! D’altra parte, “qual altro dio, a sentir loro, ha potuto intraprendere un’opera così colossale, dal momento che tutti gli altri sono indaffarati in particolari incombenze e mansioni?” (De civ. Dei, IV, 13). Di conseguenza non si può attribuire a nessun altro che a Giove il merito della grandezza e potenza dell’Impero Romano (Cfr Ivi).
Osserva Agostino: in realtà gli unici dei, che più che dei sono dono di Dio, sono la Vittoria, la Fortuna, la Felicità, la Concordia. Se dunque grazie alla Vittoria i regni non si ingigantissero “con maggior felicità dell’umanità, tutti i regni sarebbero piccoli, lieti della concordia dei vicini e così sarebbero più numerosi i regni dei popoli, come in una città sono molte le case dei cittadini” (De civ. Dei, IV, 15). Ma, insomma, perché Roma si è ingrandita? Per combattere le ingiustizie di altri popoli, si risponde. Dunque “con l’ingiustizia straniera e la dea Vittoria si è ingrandito l’Impero Romano, anche se Giove era in ferie, perché mentre l’ingiustizia suscitava dei motivi per le guerre, la Vittoria le conduceva a termine con successo” (Ivi). Tuttavia, obietta ancora Agostino, se lo Stato è considerato come un dono di Giove, anche la dea Vittoria dovrebbe essere considerata un suo dono, mentre talvolta era in contrasto con Giove (Cfr Ivi).
Agostino rimane sconcertato del fatto che “hanno destinato singoli dei a cose particolari e persino a particolari movimenti” (De civ. Dei, IV, 16). Del resto, osserva, i poeti “hanno imbastito sugli dei delle fandonie” (De civ. Dei, IV, 17). Aggiunge: “Anche la felicità (Euthykia) è una dea” (De civ. Dei, IV, 18), con tanto di tempietto e di ara: “Dovrebbe essere venerata lei da sola. Dove infatti ci fosse lei stessa che cosa di non buono ci sarebbe?” (Ivi). Ma anche la fortuna (Thuke) è considerata una dea (Ivi). Sennonché, mentre la felicità non può che essere buona, la fortuna può essere anche cattiva (Cfr Ivi). In realtà “sono doni del Dio vero e non dee in sé. Del resto, dove c’è virtù e felicità, di che cosa d’altro si va in cerca? Che cosa è sufficiente ad uno, a cui non basta virtù e felicità? Infatti, la virtù abbraccia tutto il bene che si deve compiere; la felicità tutto il bene che si deve conseguire... se dunque sono state considerate dee, almeno non si doveva cercare l’altra grande folla degli dei. Tenuto conto delle mansioni di tutti gli dei e dee, che i pagani hanno foggiato ad arbitrio secondo un loro pregiudizio, trovino se è possibile qualche cosa che possa essere concesso da un dio a un individuo che ha la virtù, ha la felicità” (De civ. Dei, IV,  21). Nel panteon romano gli dei erano infiniti. Se bastava la felicità, “che bisogno c’era di onorare e invocare per i beni spirituali, fisiologici e materiali una così folta schiera di dei?” (Ivi). Agostino arriva alla conclusione razionale: “Se la felicità è premio della virtù, non è dea, ma dono di Dio” (Ivi). Infine, Agostino che di Varrone aveva stima e da lui attingeva moltissime notizie, lo critica per il fatto che lui pure elenca l’infinita serie di mansioni delle divinità nell’incrementare l’Impero Romano. E si chiede perché “non ha insegnato agli uomini ad adorare l’unico vero Dio da cui deriva ogni bene?” (De civ. Dei, IV, 22).

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