La città di Dio
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Il discernimento sull’orizzonte vocazionale

Se vocazione significa discernimento sullo stato di vita confacente ad ognuno, non c’è dubbio che interrogarsi sulla possibilità di una vocazione ad una vita di speciale consacrazione, nel ministero presbiterale o nella vita religiosa, è un atto di fedeltà a Dio (Cfr CV 274)...

Se vocazione significa discernimento sullo stato di vita confacente ad ognuno, non c’è dubbio che interrogarsi sulla possibilità di una vocazione ad una vita di speciale consacrazione, nel ministero presbiterale o nella vita religiosa, è un atto di fedeltà a Dio (Cfr CV 274). Partendo da questa osservazione, papa Francesco ribadisce il suo convincimento che “il Signore non può venir meno alla sua promessa di non lasciare la Chiesa priva dei pastori, senza i quali non potrebbe vivere né svolgere la sua missione” (CV 275). E questo indipendentemente dalla testimonianza positiva o meno da parte dei presbiteri. Certo, lo stesso porsi la domanda di una eventuale chiamata alla vita sacerdotale o religiosa mette in crisi tantissimi giovani, i quali, trainati dall’irruenza della cultura dominante, preferiscono non porsi domande radicali. Ma il Papa non si ferma. Suggerisce ai giovani l’obiettivo di una vita in pienezza: “Abbi la certezza che, se riconosci una chiamata di Dio e la segui, ciò sarà la cosa che darà pienezza alla tua vita” (CV 276). A tale scopo il Papa sollecita a tempi adeguati di speranza e di silenzio: “Oggi l’ansia e la velocità di tanti stimoli che ci bombardano fanno sì che non ci sia spazio per quel silenzio interiore in cui si percepisce lo sguardo di Gesù e si ascolta la sua chiamata” (CV 277). Nonostante infinite voci da sirene che distraggono, “cerca piuttosto quegli spazi di calma e di silenzio che ti permettano di riflettere, di pregare, di guardare meglio il mondo che ti circonda, e a quel punto, insieme a Gesù, potrai riconoscere quale è la tua vocazione in questa terra” (Ivi).
Ad un certo punto, comunque, occorre fermarsi su una ipotesi per non vivere sempre esposti a fare zapping (Cfr CV 279). Il Papa precisa: “È in gioco il senso della mia vita davanti al Padre che mi conosce e mi ama, quello vero, per il quale io possa dare la mia esistenza, e che nessuno conosce meglio di Lui” (CV 280). A tal fine occorre collocare “la formazione della coscienza, che permette che il discernimento cresca in termini di profondità e di fedeltà a Dio” (CV 281). Il Papa insiste sulla necessità di una adeguata formazione della coscienza che si snoda sull’intero arco della vita: “Formare la coscienza è il cammino di tutta la vita in cui si impara a nutrire gli stessi sentimenti di Gesù Cristo assumendo i criteri delle sue scelte e le intuizioni del suo agire” (Ivi).
Papa Francesco sente il bisogno di chiarire sempre più il significato e il valore della formazione della coscienza: “Questa formazione implica il lasciarsi trasformare da Cristo e allo stesso tempo una pratica abituale del bene” (CV 282). Suggerisce, come del resto è nella prassi gesuitica, una costante verifica compiuta “nell’esame della coscienza: un esercizio in cui non si tratta solo di identificare i peccati, ma anche di riconoscere l’opera di Dio nella propria esperienza quotidiana, nelle vicende della storia e delle culture in cui si è inseriti, nella testimonianza di tanti altri uomini e donne che ci hanno preceduto o ci accompagnano con la loro saggezza” (Ivi). E conclude il paragrafo focalizzando l’attenzione sulla “virtù [cardinale] della prudenza, articolando l’orientamento globale dell’esistenza con le scelte concrete, nella serena consapevolezza dei propri doni e dei propri limiti” (Ivi).

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