La città di Dio

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Zenti mons. Giuseppe

Nella Scuola diocesana di preghiera proprio sull’Eucaristia abbiamo offerto un possibile snodo della sua celebrazione scandito su cinque verbi: accogliere, ascoltare, offrire, nutrire, inviare. Non ci siamo scostati dalla presentazione che ne fa il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma semplicemente ne abbiamo evidenziato i tratti fondamentali...

Prima di passare in rassegna lo svolgimento analitico della celebrazione dell’Eucaristia, il Catechismo della Chiesa Cattolica vuole documentare come la struttura paradigmatica, cioè la struttura portante di fondo, della celebrazione ha il suo collaudo fin dalle origini del Cristianesimo. Addirittura se ne ha un primo cenno nell’incontro di Gesù Risorto con i discepoli di Emmaus: dapprima Gesù spiega le Scritture, poi si fa “pane spezzato” (cf CCC 1347)...

L’Eucaristia non è un evento accaduto una sola volta nell’ultima Cena come anticipazione sacramentale del mistero pasquale di Gesù. Quell’evento sacramentale, narrato da Paolo nella Prima ai Corinzi (1Cor 11,23-34) negli anni 50 e dai Sinottici, Matteo, Marco e Luca, tra gli anni 70-80, è stato reso da Gesù stesso, che ne è l’Autore oltre che il contenuto, una istituzione permanente: «Fate questo in memoria di me!».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica all’Eucaristia ben 83 paragrafi. Del resto, se di fatto l’Eucaristia è “fonte e culmine di tutta la vita cristiana” (CCC 1324, riprendendo testi famosi del Concilio Vaticano II) e “il compendio e la somma della nostra fede” (CCC 1327), non ci è difficile rendercene conto.

Se, come abbiamo considerato a lungo, il Battesimo è il Sacramento che fonda la vita cristiana e la Cresima la conferma al punto da diventare significativa testimonianza di vita in Cristo, l’Eucaristia è necessaria per garantire adeguata alimentazione alla stessa vita spirituale che caratterizza il cristiano. Senza di Essa non è possibile una vera vita cristiana, che in definitiva altro non è se non una progressiva trasformazione del battezzato in Eucaristia.

Il sacramento della Confermazione o Cresima non è un dono privato da godersi e consumarsi individualisticamente. Per sua natura sospinge fuori da se stessi. Abilita ad “uscire”, per usare una metafora cara a papa Francesco. Proprio sull’esempio degli Apostoli che, raggiunti dallo Spirito nel giorno della Pentecoste rinchiusi nel Cenacolo, spalancarono le porte e più nessuno riuscì a trattenerli, come descrivono gli Atti degli Apostoli, il libro per eccellenza della storia di una Chiesa animata dallo Spirito che la sostiene in mezzo alle prove e ai travagli con una forza irresistibile, predisponendo i credenti persino al martirio...

Ci sono almeno due termini per indicare il sacramento di cui ci stiamo occupando: Confermazione e Cresima. Il primo termine evidenzia il suo rapporto con il Battesimo (cf CCC 1289), che viene ratificato e portato a compimento nelle sue potenzialità, grazie appunto ai doni dello Spirito che mira a fare di un battezzato un cristiano adulto, maturo, testimone del Cristo Pasquale, come membro corresponsabile della Chiesa...

Se, come abbiamo constatato nelle precedenti riflessioni, lo Spirito Santo è talmente importante da essere decisivo agli effetti di una fedeltà a Dio fino alla piena maturità in Cristo, è opportuno cercare di intercettarne la presenza dinamica segnalata dalla Sacra Scrittura fino a quella sua effusione sulla Chiesa nell’evento della Pentecoste che di fatto dà avvio all’azione salvifica di Cristo appunto mediante il suo Spirito. Cristo, infatti, non opera in solitudine, distribuendo personalmente gli effetti della salvezza da lui compiuta nel Mistero pasquale. Di fatto, secondo il progetto di amore trinitario, questo compito è affidato allo Spirito dell’Amore, lo Spirito Santo.

Benché non siano esplicitati dal Catechismo della Chiesa Cattolica, i frutti dello Spirito appartengono alla rivelazione. Per essere più precisi, dobbiamo dire che i frutti dello Spirito sono considerati in unità, come fossero uno solo. Tant’è che l’apostolo Paolo nella lettera ai Galati, nella quale ne segnala ben nove su dodici, così si esprime: “Frutto dello Spirito è” (Gal 5,22) e poi li specifica in “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. Sono dunque un grappolo di frutti doc, in funzione della crescita dei quali in noi, lo Spirito ci arricchisce dei suoi doni.