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Schengen e le frontiere, punto di svolta per un’Europa che rischia di franare

Il ripristino delle frontiere all’interno dell’Unione Europea viene dipinto come l’inizio, pericoloso o auspicato a seconda delle sensibilità politiche o degli obiettivi perseguiti, di un possibile e sempre più probabile processo di dissoluzione delle istituzioni e degli istituti giuridici comunitari.

Parole chiave: Schengen (1), Frontiere (2), Europa (13)
Verzè Stefano

Il ripristino delle frontiere all’interno dell’Unione Europea viene dipinto come l’inizio, pericoloso o auspicato a seconda delle sensibilità politiche o degli obiettivi perseguiti, di un possibile e sempre più probabile processo di dissoluzione delle istituzioni e degli istituti giuridici comunitari. Al momento le chiusure adottate dai singoli Paesi membri rientrano pienamente nelle clausole emergenziali contenute nella convenzione di Schengen, ma già si parla di una possibile estensione temporale fino a due anni, per la quale la procedura non sarebbe più automatica, ma richiederebbe un’esplicita autorizzazione della Commissione europea.
L’accordo di Schengen, che stabilisce un’area di libera circolazione delle persone all’interno dell’Ue, è stato duramente messo in discussione nell’ultimo anno a causa delle massicce ondate di profughi che si sono riversate nel nostro continente, soprattutto attraverso la via dei Balcani e in misura minore verso le coste italiane.
La carenza principale del trattato concerne la mancata elaborazione di un piano di gestione comune efficace delle frontiere esterne, che sono automaticamente diventate i veri e gli unici confini dell’Unione. Questo non significa semplicemente lo stanziamento di fondi e lo spiegamento di forze di polizia di controllo, ma anche regole condivise per il riconoscimento dello stato di profugo, per la ripartizione degli immigrati accolti tra tutti i Paesi membri secondo criteri normativi vincolanti e non basati su accordi occasionali dettati dalle emergenze; e infine anche per organizzare le espulsioni nei Paesi di origine.
Il trattato di Dublino, che assegna la gestione degli immigrati al primo Paese membro dove mettono piede, ha evidenziato la sua totale inadeguatezza con l’intensificazione dei flussi dalle regioni di guerra e miseria in Africa e Medio Oriente, caricando un peso eccessivo sulle spalle di Italia e Grecia, le quali non sono in grado di gestire il fenomeno da sole e spesso, approfittando proprio dell’assenza di controlli alle frontiere, permettono agli immigrati di proseguire illegalmente il loro viaggio verso le destinazioni finali nel Nord Europa.
Il collasso a cui è giunto l’intero sistema di Schengen non pregiudica le altre libertà di circolazione all’interno dell’Ue (merci, lavoratori, servizi e capitali), ma sicuramente con la sua fine verrebbe meno un caposaldo simbolico del processo di integrazione. Il punto nella sostanza, al di là delle difficoltà tecniche, è tutto qui e consiste nell’appurare se è ancora viva la volontà politica di proseguire nella costruzione europea. Se così non fosse, l’alternativa sarebbe il pieno recupero delle sovranità nazionali, cioè il ritorno a quel passato europeo, fatto di frammentazioni e divisioni, che, dopo la Seconda Guerra mondiale, si era cercato di cancellare definitivamente.

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