Il Fatto di Bruno Fasani
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Una barriera per i profughi che risveglia antiche ferite

Ho sempre pensato che l’Alto Adige sia una terra benedetta da Dio. Arrivarci e anche solo sostare con lo sguardo è già un dono impareggiabile. Magari a rompere l’incanto ci potrebbe stare l’incomunicabilità delle lingue. Una ricchezza di storie che andrebbero approfondite, ma che talvolta si sono trasformate in Babele, con tanto di bombe sotto i tralicci.

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Profughi (8), Barriere (5)

Ho sempre pensato che l’Alto Adige sia una terra benedetta da Dio. Arrivarci e anche solo sostare con lo sguardo è già un dono impareggiabile. Magari a rompere l’incanto ci potrebbe stare l’incomunicabilità delle lingue. Una ricchezza di storie che andrebbero approfondite, ma che talvolta si sono trasformate in Babele, con tanto di bombe sotto i tralicci.
Non sono neppure tra coloro che si accodano a certo supponente nazionalismo, della serie: ma è possibile che in Sud Tirolo si senta parlare solo tedesco visto che siamo in Italia? Penso sia importante immedesimarsi nella storia di chi vive da quelle parti. Non è passato neppure un secolo da quando questa gente era suddita di Francesco Giuseppe. Poi c’era stata di mezzo una guerra, orrenda come tutte, e le guerre alla fine decidono senza tanti complimenti. A fare la frittata sarebbe poi venuto il 1939. Mussolini e Hitler decisero che le genti di quelle valli dovevano decidere se rimanere in Italia, parlando italiano e sentendosi italiane, o se volevano andarsene per sempre di là. A chi optò per questa seconda soluzione fecero grandi proclami, garantendo loro che avrebbero trovato esattamente quello che lasciavano di qua. Ma la partita si rivelò un esodo dalle promesse non mantenute. Ci fu grande un enorme senso di frustrazione nell’abbandonare le proprie terre, per ritrovarsi esuli in una nuova patria, dove venivano chiamati terroni ed erano mal sopportati. Ferite mai del tutto guarite. Tanto più che i legami tra famiglie, di fatto divise, continuarono a nutrirsi di malinconica nostalgia da una parte e dall’altra.
In questi giorni il governo austriaco ha deciso di allestire una barriera al Brennero, per arginare l’afflusso dei profughi che volessero accedere al loro territorio. L’intento è quello di contenere l’immigrazione, ovviamente, ma gli effetti, sul piano sociale, vanno ben oltre il problema che si vorrebbe regolamentare e toccano direttamente la sensibilità della gente locale.
Nel difficile percorso di integrazione dei Paesi d’Europa, l’assenza di barriere era certamente il più prezioso toccasana per vincere la cultura delle contrapposizioni nazionalistiche. Pensare in termini europei, avere l’orgoglio di appartenervi era il percorso migliore per creare una cultura di cittadinanza condivisa, superando la logica delle appartenenze. La barriera del Brennero vale in questo senso come cultura del gambero capace di andare a risvegliare ferite mai del tutto guarite e a ritardare quel processo di reciproca integrazione su cui sembravamo incamminati. Un valico che si chiude vale una frontiera morale, con l’Austria di là e noi di qua. Le genti del Tirolo, che hanno da sempre guardato a Roma come una matrigna usurpatrice, oggi guardano a Vienna come la madre che chiude i ponti di una storia che ancora sanguina. Un sipario morale e simbolico che chiude all’integrazione, lasciando sul campo il dolore degli orfani.

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