Il Fatto di Bruno Fasani
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Se pure Riina junior cavalca il fascino grossolano del noir

Non so se il libro Riina Family life sia un frutto del nostro tempo, o piuttosto un campanello d’allarme per richiamarci sulla cattiva direzione verso cui stiamo andando. Sta di fatto che il noir sta spopolando, prendendo sempre più campo. Sembra che nella nuova cultura digitale, così veloce e bisognosa di emozioni, sia proprio la crudeltà umana ad attirare le maggiori attenzioni della gente e, di conseguenza, i maggiori introiti pubblicitari...

Parole chiave: Riina junior (1), Il Fatto (353), mons. Bruno Fasani (19)

Non so se il libro Riina Family life sia un frutto del nostro tempo, o piuttosto un campanello d’allarme per richiamarci sulla cattiva direzione verso cui stiamo andando. Sta di fatto che il noir sta spopolando, prendendo sempre più campo. Sembra che nella nuova cultura digitale, così veloce e bisognosa di emozioni, sia proprio la crudeltà umana ad attirare le maggiori attenzioni della gente e, di conseguenza, i maggiori introiti pubblicitari.
Non c’è programma delle tivù che non guazzi nelle anse morbose dei delitti insoluti e delle violenze dietro l’angolo. La speranza è che almeno la Rai, servizio pubblico per il quale paghiamo il canone, torni a raccontare anche l’altra Italia, quella delle cose buone che, grazie al silenzio mediatico, passa nell’indifferenza e nell’ignoranza dei più. Il morboso tira, fa ascolti. Deve saperlo bene tale Salvo Riina, un nome un destino, che vive a Padova in regime di sorveglianza, dopo aver scontato otto anni e dieci mesi di galera per attività mafiosa. Suo fratello Giovanni e il padre Totò stanno scontando invece l’ergastolo, in regime di carcere duro. Il 39enne giovanotto esce in libreria per raccontarci di un padre premuroso, di una famiglia idilliaca, da Mulino Bianco, almeno fino a quel terribile 1993 quando suo padre viene catturato, mettendolo in condizioni di non poter più dirigere la lucida e perversa giostra della morte.
Quasi una crudeltà sociale verrebbe da dire, ascoltando le parole di tanto figlio d’arte. “È dal ’93 che non faccio più una carezza a mio padre e così mia madre e le mie sorelle”. Non importa se in molte case si piangono corpi ridotti a brandelli, dove solo una bara ha dato l’immagine di una composta pietà, per rimediare gli scempi compiuti da suo padre. Per quelle famiglie, con il virus della legalità, il bisogno di una carezza non ha né i caratteri di una ipotesi possibile e neppure quelli di una speranza.
Salvo Riina ci porta dentro un mondo, quello di casa sua, idealizzando un padre che “non ha fatto loro mancare nulla”. Parole piene di presuntuosa certezza, che non lasciano intravvedere neppure un’ombra di pudore, se non di ravvedimento. Una sfumatura, magari solo per chiedersi che tipo di padre è quello che porta una famiglia a vivere da fuggiaschi, senza mai frequentare amici od ospitarli in casa propria, che trascina i figli nel gorgo malefico dell’avventura disumana della mafia, segnando per sempre il loro futuro, insieme alla morte sociale, quella del carcere a vita e quella del ludibrio pubblico. Non un cenno di disappunto nel libro di Riina junior, per prendere le distanze da una storia che cammina sui binari della violenza e del sangue innocente. E allora sorge il dubbio che l’operazione sia tutta commerciale. Resta l’amarezza per un’Italia che non rinuncia a fare del male uno spettacolo per palati grossolani, lo spettacolo di un figlio guascone che vorrebbe insegnare alle famiglie italiane come si vive bene facendo i mafiosi.

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