Il Fatto di Bruno Fasani
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Ru486: quando dietro a una sigla asettica si nasconde un procedimento mortifero

Era da tanto tempo che non si parlava più di Ru486. La sigla è asettica, ma dietro si nasconde un procedimento mortifero che deve fare riflettere. Stiamo parlando di due pillole...

Parole chiave: Ru486 (2), Il Fatto (366), Bruno Fasani (287)

Era da tanto tempo che non si parlava più di Ru486. La sigla è asettica, ma dietro si nasconde un procedimento mortifero che deve fare riflettere. Stiamo parlando di due pillole. La prima (il mifepristone), da prendere entro le prime nove settimane di gestazione, serve ad uccidere l’embrione nella pancia. La seconda, (la prostaglandina) due giorni dopo, per causare le contrazioni ed espellere il feto morto. Per tre volte, nel passato recente, il Consiglio superiore di Sanità aveva respinto l’applicazione di questa procedura se non previo ricovero in ospedale. Era troppo alto il rischio di effetti collaterali, come l’espulsione del feto in maniera non integrale, con conseguente rischio di infezioni che in non pochi casi si sono rivelate mortali. Se non vi fidate andate a cercare su internet “morte a causa della Ru486” e poi sappiatemi dire.
Da ora in avanti sarà invece possibile fare il tutto in day hospital e, stando alle prime indicazioni anche nei consultori e negli ambulatori del medico. Questo grazie al nuovo responso del Consiglio superiore di Sanità, il quale, smentendo le precedenti analisi dello stesso Consiglio, ha stabilito che ora i rischi sono scomparsi, pluff, come una bolla di sapone. Ma grazie anche al ministro della Salute, Roberto Speranza, che ha salutato la cosa con queste parole: «È un passo importante in avanti, nel pieno rispetto della 194, che è e resta una legge di civiltà del nostro Paese». Civiltà, libertà, progresso... le parole sono nobili, ma le intenzioni vere molto meno. Dietro si nasconde una precisa lettura ideologica, ma anche la volontà di contenere le spese sanitarie e soprattutto una cultura politica che ha ridotto la maternità a fatto privato, irrilevante per la comunità e per lo Stato. Alla faccia del sostegno alla famiglia, sbandierato a parole dalla politica, tanto per salvare la faccia quando i governi perdono consenso. Poi magari si piangono anche lacrime statistiche sulla decrescita demografica, ma intanto la filosofia che muove chi ci governa sembra non andare oltre l’interesse per la prossima scadenza elettorale.
Non ho alcuna intenzione di entrare in una polemica politica che non mi interessa. Mi chiedo piuttosto se insieme alle donne non dovremmo interrogarci sulla solitudine del loro ruolo e del loro destino dentro una società che ha derubricato la loro vocazione naturale a fatto privato, senza alcuna volontà di accompagnare il mistero della vita di cui sono portatrici. Affare di donne, affare loro, diremo con il ministro. Al massimo possiamo interessarci con curiosità da gossip quando altre donne, spesso piegate dal bisogno economico di procurarsi il pane, mettono sul mercato i loro gameti e il loro utero per far felice qualche vip con la fregola di avere il figlio a tutti i costi. Per il resto la donna è rimasta sola. Sola a gestire ciò che le succede e spesso prigioniera di una cultura che viene barattata come libertà, giusto per insegnarle che un figlio è più una rogna da evitare che un successo personale e sociale.
E allora ecco la cultura abortiva sempre più spinta e sempre più aggressiva, dimenticando che dietro a questo fenomeno non troviamo donne borghesi sazie di passatempi e di noia, oziosamente distratte tra una vacanza esclusiva e una partita a burraco. Più spesso, dietro ad un aborto troviamo ragazze fragili e inesperte, donne con problemi economici, situazioni familiari di disagio, povere immigrate sottopagate o con lavori precari... Alla faccia della civiltà, ministro Speranza.

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