Il Fatto di Bruno Fasani
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La straordinaria attualità delle parabole evangeliche

Ci sono due cose che mi convincono, oltre il dato di fede, che Gesù era Dio. La prima è legata alla forza che ha espresso nel portare avanti la rivoluzione che aveva messo in moto.

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287)

Ci sono due cose che mi convincono, oltre il dato di fede, che Gesù era Dio. La prima è legata alla forza che ha espresso nel portare avanti la rivoluzione che aveva messo in moto. È vero che, umanamente parlando, l’ha pagata cara, ma è pur vero che nessun essere umano avrebbe avuto l’energia morale e psicologica per fare quello che ha fatto lui. Ve lo immaginate uno che oggi andasse a Gerusalemme, al Muro del Pianto a contestare gli ondeggianti uomini di preghiera, nelle loro vesti e con i loro filatteri, dicendo loro che sono fuori dalla storia? Che anche quei ruderi un giorno finiranno? Arriverebbe sano sì e no alla valle di Josafat. Che andasse in giro a dire che la persona è più importante della domenica e di tutti i sacramenti messi insieme? Che dentro le chiese ci sono tante di quelle cose in più, che si potrebbero allestire scenografie in tutti i teatri del mondo? Che il kitsch che si vede in tante parrocchie e oratori è di tale cattivo gusto da offuscare la bellezza del Mistero? E tutto questo immaginiamolo duemila anni fa, quando non si andava tanto per il sottile.
La seconda ragione è legata alla sua capacità di conoscere il cuore umano come nessuno. Sarebbe riduttivo definire Gesù il più grande psicologo della storia. Forse Freud e compagnia bella potrebbero risentirsi. Ma la verità è questa. La scorsa domenica, il Vangelo ci consegnava la parabola del figlio che se ne va di casa. Pagina di letteratura vera, come tante altre pagine bibliche del resto, che i testi circolanti nelle scuole snobbano sistematicamente, nel dubbio che qualcuno perda la virginea laicità. Una pagina che ha preso il cuore di poeti e artisti di tutti i tempi. Basti pensare a Rembrandt, che dipinge il vecchio padre mentre accoglie il prodigo di ritorno. Le sue mani sono una di donna e una maschile, mentre il capo del figlio rievoca quello di un feto posato sul grembo materno-paterno.
Sappiamo che da sempre la Chiesa ha celebrato con questa pagina la misericordia verso i peccatori. In realtà, prima ancora della misericordia, il tema che si impone è quello della libertà. Libertà di poter fare a meno di Dio, di un Padre da cui prendere indicazioni di vita. Il racconto ci porta dentro ad una famiglia borghese del tempo, dove i soldi non mancano. Ed è per questo che anche il padre diventa inutile. Così come il fratello e tutti gli altri. Esattamente ciò che accade oggi dove le relazioni non contano, a cominciare da quella con Dio, perché tanto si sa fare da sé.
Metafora, ma non tanto, della società contemporanea, che ha scoperto di potere essere autonoma da tutto e da tutti in nome dei nuovi poteri di cui può disporre. La scienza, la tecnica, il denaro, l’assistenza sanitaria, la mobilità, lo svago, la cultura...
Abbiamo tutto, salvo trovarci a raccontare la cronaca di uno che uccide il primo che incontra per strada, perché invidioso della sua gioia. Invidiosi perché morti dentro, come il figlio che se ne va via. Figli a cui non si è fatto mancare nulla, come nella casa borghese della parabola. Almeno così si crede. Salvo scoprire che li abbiamo portati ad un tale vuoto, da farli avere invidia perfino dei maiali.

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