Il Fatto di Bruno Fasani
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Il pericolo d’essere cretini pur essendo colti e ricchi

È noto che la parola cretino deriva da cristiano. Non deve essere sembrato vero al mangiapreti Odifreddi pensare che il cristiano è un po’ un cretino per via della sua aria da persona semplice (per lui sempliciotta) e credente (per lui credulona). Ma un tempo non era così...

Parole chiave: Il Fatto (366), Bruno Fasani (287)

È noto che la parola cretino deriva da cristiano. Non deve essere sembrato vero al mangiapreti Odifreddi pensare che il cristiano è un po’ un cretino per via della sua aria da persona semplice (per lui sempliciotta) e credente (per lui credulona). Ma un tempo non era così. Si sa che la parola cretino ha molteplici valenze. Nel parlato comune sta ad indicare una persona di scarsa intelligenza e un po’ sprovveduta. Ma prima di questo senso metaforico, il cretinismo è una vera e propria malattia. Ed è stata la pietà cristiana francese ad associare il cretin (ossia il malato di cretinismo, che si pronuncia creten) al chretien (ossia il cristiano). Giusto per dire che anche il malato andava considerato una persona da amare e stimare.
Poi si sa come vanno le cose a questo mondo. Dopo una rivoluzione e dopo gli effetti di un illuminismo anticlericale, fu facile passare dal chretien al cretin per indicare come i credenti andassero considerati un po’ degli stupidotti. Tutto ciò probabilmente era stato previsto anche dal Maestro di Nazareth quando profetizzava nelle Beatitudini di gente che avrebbe sparlato dei suoi discepoli perché discepoli. E questo ci sta, anche se si tratta di un problema in via transitoria, visto che è sempre più difficile incontrare cristiani che si distinguano nella grande massa degli indifferenti.
Mi trovavo tra le mani in questi giorni delle interessanti letture a tema. La prima è uno spassoso libro di Andrea Vitali, autore da leggere quando si è un po’ giù di corda. Già il titolo la dice lunga: La ruga del cretino. Non occorre scomodare Lombroso, ma sappiamo tutti che ci sono espressioni della mimica o anche verbali che denunciano una qualche lacuna interiore. Conosco un importante dirigente che quando mi parla non riesco mai a capire quello che vuole dire. Quando ha finito di parlare mi fissa dritto negli occhi e poi a bruciapelo: ci capiamo noi, vero? All’inizio, visto il gradino su cui poggia il sedere, pensavo che le cretin potevo essere io. Poi, considerato che proprio non capivo mai e quindi non potevo essere sempre io il cretino, ho cominciato a dubitare delle sue rughe verbali. Questo per dire che non basta essere in alto nella scala sociale o nei titoli accademici per esserlo anche con la testa.
La seconda lettura che mi è capitata tra le mani è un articolo interessante dal titolo quanto mai significativo: Il cretino universale. Non vi si parla di gente sprovveduta, senza cultura. Anzi. Ad essere tirati in ballo sono intellettuali, sociologi, esperti di politica... ossia gente che dovrebbe aiutare il mondo a capire dove si sta andando e dove andare. E invece? Invece, sostiene l’articolo, molti di questi signori, al posto di usare liberamente il proprio pensiero, attingendo alla ricchezza di tutte le scienze, scientifiche ma anche umanistiche, ricavandone intuizioni, spunti creativi, ragionamenti filosofici, finiscono per camminare imbottigliati tra il dato tecnico e il dato statistico. Ragionano su dati degli altri, che spesso hanno il linguaggio dei numeri ma non hanno la sapienza e la creatività del pensiero libero e aperto. E così finiscono per dire quello che i numeri fanno loro dire, tra un sondaggio e l’altro, timorosi d’essere contestati per qualche pensiero originale, rivelandosi così come i cretini del conformismo.

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