Il Fatto di Bruno Fasani
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Il mio ricordo di Paolo Villaggio, uomo anarchico ma intelligente

Un uomo che esprimeva delusione ma anche nostalgia per qualcosa di grande, che forse aveva sperato e non ancora trovato

Parole chiave: Paolo Villaggio (1), Fasani (8), Il fatto (227)

Ho incontrato Paolo Villaggio di persona soltanto una volta, non molti anni fa. Eravamo in un programma della Rai. Si presentò con un lungo camicione, che gli arrivava alle caviglie. Ma non credo che fosse per coprire l’obesità. Di questo credo non gliene importasse nulla, anche perché l’indole anarchica e provocatrice se la portava dentro come patrimonio genetico e tutte le occasioni erano buone per darle fiato. Quando mi dissero che avrei dovuto incontrarlo e confrontarmi con lui, non ne fui immediatamente lusingato. Da sempre verso il personaggio ero mosso da una specie di rapporto schizofrenico. Se da una parte i suoi film mi mettevano di buon umore come pochi altri, l’uomo non sempre mi risultava gradevole. Vuoi per le sue aggressive provocazioni, per le sue esagerazioni, per il suo anticlericalismo, ma anche per la dissacrazione di molti fondamenti cristiani, che andava a prendere di mira nei libri che pubblicava. Mi aveva particolarmente ferito quando, dalle pagine de L’Unità, aveva accusato Madre Teresa di Calcutta di fare quello che faceva spinta da una forma di narcisismo egoistico, giusto per attirarsi l’applauso e le simpatie del mondo. Quando è troppo è troppo, mi dicevo. Fu con questi sentimenti che lo incontrai per la prima volta. Mi aspettavo di conoscere il comico, misurarmi con il suo cinismo, magari scontrarmi con lui al primo distinguo della puntata. Trovai invece l’uomo. Fazioso al punto giusto, provocatore, beffardo ma coltissimo. Soprattutto uomo di rara intelligenza. Discutemmo nel fuori onda di vari argomenti. Quello che colpiva era la sua preparazione. Si poteva essere d’accordo o meno su ciò che affermava, ma bisognava dargli atto che niente veniva dall’improvvisazione. Ma ciò che mi colpì di quell’incontro, fu una domanda che mi buttò lì a bruciapelo prima di lasciarci: «Ma tu davvero credi in Gesù Cristo?». Se fossimo stati su un ring sarebbe stato l’equivalente di un montante che ti prende il muso e ti mette al tappeto. Simulai una certa compostezza e volli chiedergli il perché di quella domanda. Se dovessi dire ciò che riportai dalle risposte che mi diede, dovrei sintetizzarlo con una battuta: non sopportava i preti scapoloni. Nella vita, chi non si sposa spesso lo fa per non avere le fatiche di una famiglia, potendo godere di una libertà affettiva senza complicazioni. Può succedere anche tra i preti, che ci si dia agli altri assecondando gusti personali e decidendo tempi e modalità con cui donarsi. In definitiva un mestiere da professionisti del sacro più che da innamorati del Maestro. Non avrei mai più dimenticato le parole di quell’incontro. Nascoste dietro la scorza, erano parole di un uomo che esprimeva delusione ma anche nostalgia per qualcosa di grande, che forse aveva sperato e non ancora trovato. Ci lasciammo con un abbraccio. Non sempre la rabbia è figlia di un demone che ci tormenta. Più spesso è soltanto la sete di un viandante che non ha ancora raggiunto la fontana.

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