Il Fatto di Bruno Fasani
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Caro presidente Berlusconi, eserciti la virtù dell’umiltà: faccia un passo indietro, ritiri la sua candidatura al Quirinale

Caro presidente Berlusconi, tra pochissimi giorni gli italiani avranno il loro nuovo presidente della Repubblica. Mi permetto di inoltrarle queste pubbliche considerazioni...

Parole chiave: Silvio Berlusconi (1), Il Fatto (366), Bruno Fasani (287), Presidente della Repubblica (4)

Caro presidente Berlusconi, tra pochissimi giorni gli italiani avranno il loro nuovo presidente della Repubblica. Mi permetto di inoltrarle queste pubbliche considerazioni, sapendo con quanta determinazione, almeno così appare, lei sta adoperandosi per essere il successore di Sergio Mattarella. Mi rendo conto che queste mie considerazioni sono destinate a crearmi qualche inimicizia. Quella dei suoi supporter, prima di tutto. Ma quelli veri, che a mio modo di vedere sono per numero inferiori a quelli che si dichiarano in cordata. Poi, mi aspetto le critiche di chi vorrebbe la Chiesa silenziosa su temi che riguardano la politica. Un silenzio, peraltro, preteso a fasi alterne. Esigito quando i pronunciamenti siano di disturbo a qualche manovratore, salvo criticare la mancanza di pronunciamenti quando si vorrebbe dalla Chiesa un puntello di supporto.
Non so, caro presidente, se la sua candidatura nasconda strategie altre, che sfuggono a noi comuni mortali. Quello però che le voglio chiedere lo faccio da cittadino cristiano, sinceramente convinto che la politica sia, per dirla con san Paolo VI, la più alta forma di carità. Fatto salvo che ogni schieramento politico ha tutto il legittimo diritto di puntare ad un candidato della propria area, quello che le chiedo è questo: rinunci a candidarsi.
Non glielo chiedo per ragioni moralistiche di coerenza etica, che attengono alla sua vita privata e che vanno lasciate all’ambito della coscienza personale. Le ragioni sono altre.
Due cose mi hanno colpito, nella sua marcia di avvicinamento. La prima riguarda le sue dichiarazioni riguardo l’ipotesi di una presidenza Draghi. Se Draghi dovesse andare al Quirinale, Forza Italia uscirà dal Governo, ha sentenziato nei giorni scorsi. Si tratta di un ricatto? So che la dialettica politica è straordinariamente abile nel dare bellezza formale alle intenzioni meno nobili e più ostiche. E quindi qualche suo portavoce sarà abilissimo nell’indorarci la pillola. Ma a noi, normali cittadini, ciò che passa è un messaggio mortificante, della serie: se non sarò io, muoia Sansone e tutti i Filistei. E tutto questo in un momento in cui il Paese, già provato da tante fatiche, avrebbe bisogno di ritrovare il calore collaborativo di una famiglia dove ci si vuol bene e tutto funziona.
Una seconda cosa mi ha colpito. E voglio sperare che si tratti di cattiva informazione fiorita dalla malafede. Si racconta che lei avrebbe fatto omaggio di preziosi quadri, presi dai suoi depositi, e inviati a possibili grandi elettori, ancora incerti dove far pendere la bilancia del loro voto. Romana De Gasperi, figlia di Alcide, racconta che il padre faceva divieto di ricevere regali. Perfino di aprirli, rispedendoli subito al mittente. La sua non era indisponenza alla cordialità, ma limpida coscienza che la politica non può mai offrire il fianco alla seduzione, virus terribile, capace di spingere dentro la logica dell’interesse privato e della corruzione della politica stessa, deviata dal suo dovere di essere servizio disinteressato e continua ricerca del bene comune.
Perché, presidente Berlusconi le chiedo il coraggio nobile di un passo indietro? Per due ragioni essenzialmente.
La prima dipende dal suo essere divisivo in ambito politico, con evidenti ricadute sul piano sociale. Lei è una persona buona e nessuno mette in dubbio le sue non comuni capacità intellettuali, politiche e imprenditoriali. Ma tutto questo non basta a creare senso di unità. E lei sa benissimo, da uomo intelligente qual è, che queste doti da sole non bastano a tener unito un Paese. E questo lo sanno anche i suoi amici di cordata, pronti a difendere a parole la sua candidatura, ma meno abili a nascondere il disagio di una candidatura che definire ingombrante è oggettivamente eufemistico.
La seconda ragione è più prosaicamente anagrafica. Io le auguro lunga vita, presidente. Tanta salute e giorni sereni. Ma la ragione, senza scomodare la Provvidenza, suggerirebbe logiche diverse per chi dovesse caricarsi per sette anni, a partire dalla sua età, il peso di guidare l’Italia, Paese complesso, benché meraviglioso.
Auguri, presidente Berlusconi, e non me ne voglia. La grandezza degli uomini non si misura mai dallo scranno che occupano.  Viene da dentro, là dove fiorisce la verità delle intenzioni. Là dove nasce anche la preziosa virtù dell’umiltà che, da sola, può dire di un uomo più di tutti i suoi successi.

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Caro presidente Berlusconi, eserciti la virtù dell’umiltà: faccia un passo indietro, ritiri la sua candidatura al Quirinale
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