Il Fatto di Bruno Fasani
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Adolescenti smarriti ma devoti di Bacco

È un dio pagano a far breccia in tanti adolescenti d’oggi. Un calice di tirso tra le mani, il capo cinto di pampini, Bacco sembra far proseliti più d’ogni altro. A raccontarcelo è la cronaca...

Parole chiave: Alcolismo (1), Il Fatto (365), Mons. Bruno Fasani (19), Adolescenti (11)

È un dio pagano a far breccia in tanti adolescenti d’oggi. Un calice di tirso tra le mani, il capo cinto di pampini, Bacco sembra far proseliti più d’ogni altro. A raccontarcelo è la cronaca. Ragazzi e ragazze ricoverati in coma etilico, feritisi durante stati di incoscienza che di estatico hanno ben poco, mentre i centri di disintossicazione dalle dipendenze cominciano a curare l’alcolismo a 10, 11 anni. Nei giorni scorsi un’amica mi riferiva un episodio che ha risvegliato dal sonno la mia fantasia creativa. La figlia, che sta per compiere 15 anni, le chiedeva un regalo. Lo faceva con una certa ritrosia, il che faceva pensare alla madre che si trattasse di una spesa un po’ eccessiva. Motorino? Vestito particolare? Viaggio all’estero? Macché. Tutto molto più banale. Chiedeva alla madre che acquistasse al suo posto alcune bottiglie di vodka, visto che alla sua età non gliele avrebbero date al supermercato. Bottiglie per festeggiare con gli amici, secondo una moda che sta prendendo sempre più piede. Stordirsi insieme per una carnevalata dove l’identità non cambia sotto una maschera, ma dentro la personalità stordita grazie ai fumi dell’alcol.
L’Organizzazione mondiale della Sanità, i ministeri della Salute dei vari Paesi lanciano ormai da tempo dati e allarmi inascoltati. Ma sono proclami sulla carta, inascoltati dai politici dei vari governi, dai vari colori, che sembrano aver fatto dei giovani un argomento tabù, buono al massimo per gli scout e per gli oratori. E intanto il problema è lì a incancrenirsi, senza che ci si chieda il perché. Perché? Appunto.
Gli psicologi ci dicono che il fenomeno ha le sue radici nello spirito gregario delle nuove generazioni. Si fa così, non perché ci sia un motivo, ma perché oggi si fa così, perché gli altri fanno così. È come se fosse sparita la coscienza individuale, a favore di un pecoronismo di massa incapace di scelte personali motivate e consapevoli. Una seconda radice va poi cercata nella mancanza di senso che i ragazzi hanno davanti al futuro. Sarebbe interessante chiedere loro, nello spazio di una cena senza telefonini ma con padre e madre presenti, su cosa oggi vale la pena investire e per quali ideali sarebbero disposti a battersi. Aspettiamo gli esiti, soprattutto quelli riguardanti la loro disponibilità a parlare di simili cazz...
Ma forse, più interessante ancora, sarebbe chiedere agli adulti da quali premesse sono maturati certi frutti. Galimberti, noto filosofo, nonché psicologo e psichiatra, ha rilasciato nei giorni scorsi un’intervista, sul cui ottimismo è come parlare dell’Araba Fenice. Nella sostanza egli sostiene che abbiamo fatto della terza generazione post bellica, non dei sognatori e dei progettatori, ma dei consumatori. Gente da greppia alla quale abbiamo chiesto di non pensare.
Sarebbe anche interessante chiedersi quanto famiglia, scuola e Sanità stanno facendo per far conoscere ai ragazzi i rischi di questo fenomeno. Rischi gravissimi che possono compromettere in maniera tragica il loro destino e non solo nei casi più drammatici di incidenti mortali. Sembra che per troppa gente la dipendenza da alcol sia considerata una sorta di goliardica bicchierata tra alpini. Se informare è urgentissimo, altrettanto urgente è chiedersi cosa fare per rompere questo circolo vizioso. Galimberti non ha dubbi, tra le altre cose, nel suggerire anche dodici mesi di servizio civile, obbligatorio per tutti, a mille chilometri da casa. Giusto per recidere il cordone ombelicale lontani da quel partito delle mamme, che talvolta finiscono per impedire ai figli di volare.

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