Ex Cathedra
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Che afflizione se i carabinieri spadroneggiano tra smania di potere e traffici illeciti

Scrivo queste note con un grave senso di afflizione, avendo trascorso tutta la vita nelle Istituzioni. Una caserma sequestrata, per quanto l’effetto possa essere attenuato, è un macigno sulla strada della credibilità dell’Arma...

Parole chiave: Ex Cathedra (20), Lino Cattabianchi (9), Carabinieri (5)

Scrivo queste note con un grave senso di afflizione, avendo trascorso tutta la vita nelle Istituzioni. Una caserma sequestrata, per quanto l’effetto possa essere attenuato, è un macigno sulla strada della credibilità dell’Arma. Un macigno fatto di silenzi, di complicità, di sguardi girati dall’altra parte. Un gruppo che si basa su queste premesse, che vive nell’ambiente normale di una città sa che i soldi facili vengono da una sola situazione. Che, a quanto riferiscono le cronache, puntualmente e inesorabilmente percorre in un crescendo di baldanza, violenza, impunità percepita. Standard criminali ovvi, consueti, prevedibili come un semaforo. E il caso di Piacenza si aggiunge ad altri casi “caldi” che hanno tenuto banco per mesi. Due fronti contrapposti: l’Arma che si protegge da una parte coi silenzi e i depistaggi e i parenti o gli amici a cozzare per anni contro un muro inespugnabile. Ci stanno dentro tutti i casi in questo schema: da Piacenza, a Cucchi, alla ragazza di Arce, Serena Mollicone, che voleva denunciare il traffico di droga nel suo paese e ha fatto una brutta fine. C’è un romanzo molto inquietante di Antonio Tabucchi, La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli 1997), che racconta la sparizione di un ragazzo in un posto di polizia. Un finale che solleva il sipario sugli arbìtri esercitati nei confronti del comune cittadino dagli organi inquirenti. Chi non lo ha letto, colga questa occasione per dargli un’occhiata perché il racconto particolare diventa una metafora dell’individuo nelle mani di un potere cinico e senza scrupoli che non ha nessun altro scopo se non quello di perpetuare sé stesso con ogni mezzo. Ma è questo il potere di cui abbiamo bisogno? Sono questi i carabinieri che ci fermano sulla strada? O sono quelli che anche intervengono tempestivamente nell’ora del bisogno e che antepongono il bene degli altri al proprio comodo? Sto dalla parte dei secondi e ne ho conosciuto molti che hanno fatto cose eccezionali. Mi torna in mente, qualche anno fa, il caso del maresciallo del mio paese che fu chiamato a rilevare un incidente e scoprì che, tra le lamiere, il corpo orami senza vita era quello di sua figlia. Un caso che balzò alle cronache nazionali, che fece epoca. Ricordo il flusso ininterrotto di gente comune alla caserma, dove il maresciallo aveva “l’alloggio”, come si dice in gergo. Era gente comune, coi problemi di tutti i giorni, gente che lo aveva incontrato nei momenti particolari in cui ci si rivolge ad un carabiniere. E aveva trovato la porta aperta, una risposta, una parola, un cuore generoso. Girava una storia sui carabinieri, non la solita barzelletta (ma se ci sono le barzellette è perché li amiamo, dice un mio amico), che per fare il carabiniere ci voleva un curriculum  immacolato da sette generazioni. Spero che sia vera, anche se, confrontandola con quanto mi diceva un mio amico carabiniere, deve fare i conti con l’attualità. «Che vuoi – mi raccontava – i nostri ragazzi, quando finiscono il turno, smettono la divisa, si vestono come i loro coetanei e vanno in discoteca». Una battuta per accennare ad un problema vero: l’omologazione dei comportamenti sociali anche per i giovani carabinieri. A questo punto, da vecchio professore che non è mai veramente sceso dalla cattedra, mi sorge una domanda: e se magari fosse anche questione di educazione? Una questione aperta, ma di bruciante attualità.

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