Editoriale
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«Sì, la vita è tutta un chip»

Li vedi transitare lungo le strade cittadine come automi, ignari del traffico nemmeno fossero nel giardino di casa – dove le pratoline ho il sospetto siano in realtà antenne wi-fi –: lo sguardo e le dita puntati sullo smartphone pronti a rispondere in un nanosecondo al messaggio appena ricevuto su WhatsApp o postato sul proprio profilo social...

Parole chiave: Cip (1), futuro (3), Editoriale (192), Alberto Margoni (53)

Li vedi transitare lungo le strade cittadine come automi, ignari del traffico nemmeno fossero nel giardino di casa – dove le pratoline ho il sospetto siano in realtà antenne wi-fi –: lo sguardo e le dita puntati sullo smartphone pronti a rispondere in un nanosecondo al messaggio appena ricevuto su WhatsApp o postato sul proprio profilo social. Oppure con le cuffiette nelle orecchie mentre sembrano parlare al vento e invece stanno intervenendo ad un congresso sugli sviluppi antimeridiani nel campo dell’hi-tech, al di là dell’Oceano. E tu lì, in auto, ad aspettare che gentilmente la persona con protesi tecnologica annessa salga sul marciapiede e ti lasci passare, cosa che avviene solo quando il figlio poco più che decenne sposta quasi di peso la madre iperconnessa dal centro della carreggiata (visto con i miei occhi).
Ma se qualcuno pensasse che questi stati di straniamento siano le conseguenze più deleterie del progresso tecnologico, si sbaglierebbe di grosso. Del resto lo smartphone e le cuffiette quali indispensabili sostegni vitali sono ormai il passato, oggi c’è il microchip subcutaneo. Quello che addì 1° agosto si sono fatti impiantare nel dito di una mano 50 lavoratori di un’azienda tecnologica del Wisconsin, negli Stati Uniti. In questo modo grazie all’identificazione con la radio-frequenza questo gruppo di volontari può svolgere molto più in fretta le proprie mansioni, senza più bisogno di timbrare il cartellino, di utilizzare badge per entrare negli uffici, di portarsi le giurassiche monete o la più moderna chiavetta per il distributore automatico di cibi e bevande o la tessera per utilizzare la fotocopiatrice. E il futuro – garantiscono gli ideatori di questa tecnologia – sarà ancor più roseo e si potrà arrivare a non aver più bisogno del passaporto, del tesserino di abbonamento ai mezzi pubblici e, chissà, della carta di credito: tutto in un dito. Ovviamente c’è chi obbietta che avere questo “grande fratello” in corpore non sia il massimo della vita: si può essere controllati, violati nella propria privacy e c’è il rischio che i dati siano criptati e utilizzati a scopo fraudolento. Oltre ai dubbi sul piano sanitario, agli interrogativi filosofici ed etici di questo nuovo passo verso il postumano.
In attesa dei riscontri su questa sperimentazione, penso però alla bellezza di non dover portare tre mazzi di chiavi per aprire altrettante porte, ma di poterle spalancare con un dito cantando, sulle note di Renzo Arbore: «Sì, la vita è tutta un chip».

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