Editoriale
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Quel martirio nella testa di un ragazzo

Puntuale come la campanella a scuola arriva il messaggino sul gruppo Whatsapp che ricorda a chi l’avesse scordato, o semplicemente fosse incerto, che oggi c’è l’incontro del gruppo adolescenti: “Stasera testimonianza missionaria, non mancate!”. Questi animatori sono proprio irriducibili, non mollano la presa neanche un minuto...

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Puntuale come la campanella a scuola arriva il messaggino sul gruppo Whatsapp che ricorda a chi l’avesse scordato, o semplicemente fosse incerto, che oggi c’è l’incontro del gruppo adolescenti: “Stasera testimonianza missionaria, non mancate!”. Questi animatori sono proprio irriducibili, non mollano la presa neanche un minuto. Niente di che, fanno il loro mestiere, portarci sulla retta via... Però almeno noi adolescenti incontriamo gli amici e speriamo che ci sia anche il Gian così ci sediamo in fondo, dietro alle ragazze. Tutto secondo copione, sembrerebbe, ma invece accade qualcosa che non mi aspetto. Al posto delle solite discussioni dove non si termina se non esce la fatidica parolina magica che piace al don, c’è un video che racconta la storia di un prete italiano morto in Perù nel 2001, in un attentato terroristico. Aveva scelto di essere mandato come un dono in mezzo a quella gente povera e insieme con loro aveva fatto un sacco di cose: canali per irrigare, ambienti per insegnare a leggere e scrivere, per giocare e non solo chiese per pregare... Poi però si era spinto un po’ troppo in là, intervenendo su questioni sociali, sulla giustizia e sui diritti dei campesinos. E così l’hanno fatto fuori proprio coloro che si battevano per lo stesso motivo: la libertà. Che stranezza è mai questa? Non potevano allearsi tutti insieme contro gli sfruttatori? Quando c’è di mezzo la politica o la religione succedono tanti guai, lo dice sempre mio padre. E poi aggiunge anche che se tutti stessero a casa propria si eviterebbe ogni problema. Qui però sento le parole di tante persone che dicono che don Alessandro Dordi, questo è il nome del protagonista della storia, stava bene insieme a quella gente e tutti lo amavano perché lavorava molto e parlava poco. In fondo era una persona normale e ad un certo punto quando le minacce sono diventate più esplicite ha pure avuto paura. Come me, ma non lo dico a nessuno. In quel momento avrà pensato: adesso se li abbandono anch’io, questi non hanno proprio più nessuno, e ha deciso di restare là, per essere vicino a quelle famiglie e a quei ragazzi. Chissà chi gliel’ha fatto fare! Alla fine ci hanno spiegato che quel prete verrà fatto santo perché è un martire. Mi hanno colpito le parole di amico di don Alessandro intervistato nel video: «Un martire autentico non vuole mai esserlo e non cerca di farlo a tutti i costi. I martiri non tolgono la vita a nessuno, ma la donano come Gesù, perché i fratelli, soprattutto i più poveri, abbiano la vita». A differenza di tanti che si armano o si fanno esplodere disintegrando se stessi e seminando volutamente la morte di innocenti intorno a loro, sempre a motivo della fede. Anche a questi chissà chi glielo fa fare.. Ma io mi domando se le cose devono comunque andare a finire sempre così: o uccidi o sei ucciso... Il don, che è un saggio, dice che c’è fede e fede, per noi un santo in più in cielo che ci aiuta, e con i tempi che corrono non fa mai male, ma per quei poveri sulle Ande peruviane rimane la consapevolezza che anche loro hanno dei diritti sacrosanti e una dignità, grazie a don Alessandro e a tanti altri come lui.

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