Editoriale
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Ognuno ha ciò che si merita?

Si dice spesso che alla fine ognuno ha ciò che si merita. Varrebbe per la classe politica ed amministratrice, per i preti, per il lavoro, per… tutto insomma, e, naturalmente, anche a parti invertite: così il politico avrebbe i cittadini che merita, un parroco i parrocchiani, un impresario gli operai e così via...

Parole chiave: Editoriale (332), Stefano Origano (126)

Si dice spesso che alla fine ognuno ha ciò che si merita. Varrebbe per la classe politica ed amministratrice, per i preti, per il lavoro, per… tutto insomma, e, naturalmente, anche a parti invertite: così il politico avrebbe i cittadini che merita, un parroco i parrocchiani, un impresario gli operai e così via. Penso che questo tipo di meritocrazia spicciola valga molto poco e stia a ricordare, semmai, che ogni risultato è frutto di una serie di circostanze che lo precedono e del lavoro svolto. Ma quale merito o quale colpa ha un cittadino per essere nato in Italia piuttosto che in America, in Africa, in Russia, in Cina o a Montecarlo, relativamente alla possibilità di scegliere il tipo di ordinamento politico o economico ai quali deve sottostare? Lo spazio di scelta ha dei limiti oggettivi e delle regole da rispettare, tuttavia non è mai pari a zero.
Poi c’è il “fattore umano” che non è controllabile e prevedibile del tutto. Lì entra in gioco la coscienza delle persone e la forza delle relazioni che possono cambiare le cose. Pochi, ma ben motivati e organizzati, possono prevalere anche su molti ignavi e mutare lo scenario generale. Senza tirare in ballo i grandi geni che nella storia hanno marcato il corso degli eventi, anche personaggi “mediocri” e poco noti, che però hanno approfittato delle circostanze a loro favorevoli, hanno lasciato un segno. Esiste per tutti uno spazio eccedente il mero calcolo dei meriti che è sacro e unico, costellato di segnali deboli, ma significativi. Se condiviso, diventa un moltiplicatore e genera creatività e fantasia che sono la chiave per guardare oltre il presente e avviare percorsi inediti.
La fede cristiana abbraccia tutto ciò con il nome di “grazia” e ricorda che tutto è possibile per chi crede. Si tratta di trasformare la sconfitta in insegnamento, il conflitto in ascolto e perdono, perché è un errore superficiale ridurre la complessità alla distinzione tra “buoni” e “cattivi”, senza ragionare su radici e interessi, che sono complessi, come ha ricordato papa Francesco in un recente colloquio con i direttori delle riviste europee dei gesuiti.
Se poi, invece di andare a votare, abbiamo scelto di andare allo stadio o al mare e ci ritroviamo a governarci una serie di Ciccio Pasticcio qualunque, beh: allora c’è la siamo proprio meritata.

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