Editoriale
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Noi al mercato degli schiavi

Ci riportano con i piedi per terra le ultime immagini "rubate" nella vicina Libia, che documenta un’asta di schiavi. Ora si comprende meglio perché tante persone, dopo l’ennesimo naufragio nei viaggi della speranza, piuttosto che essere recuperate da una motovedetta libica preferiscono buttarsi a mare andando incontro a morte quasi certa. L’alternativa è invece certa al cento per cento: finire in un campo per immigrati dove si vale quanto la carne sul banco del macellaio...

Parole chiave: Schiavitù (1), Immigrazione (11), Libia (1), Stefano Origano (75), Opinioni (73)

Mentre le prime pagine dei quotidiani e i servizi di apertura dei notiziari spendono titoloni cubitali sulla debacle calcistica nazionale, evocando storiche tragedie come Caporetto o desolanti scenari post-apocalittici degni della migliore letteratura fantascientifica, il mondo continua il suo corso e va avanti, a fari spenti, verso un destino veramente misterioso. Ci riporta con i piedi per terra (ma questa volta non è l’immacolato manto erboso di uno stadio) qualche immagine rubata nella vicina Libia, che documenta un’asta di schiavi. Ora si comprende meglio perché tante persone, dopo l’ennesimo naufragio nei viaggi della speranza, piuttosto che essere recuperate da una motovedetta libica preferiscono buttarsi a mare andando incontro a morte quasi certa. L’alternativa è invece certa al cento per cento: finire in un campo per immigrati dove si vale quanto la carne sul banco del macellaio. Alle domande che mettono in dubbio la nostra buona fede negli accordi con la Libia per risolvere là il problema dei migranti, vengono subito date risposte tranquillizzanti, del tipo: «Sappiamo tutto, e stiamo agendo per limitare questi fenomeni». I “fenomeni”, in realtà, siamo proprio noi, che di fronte alle tragedie troviamo sempre una soluzione a buon mercato, non importa se il prezzo più alto verrà caricato sulle spalle degli altri, e naturalmente dei poveri. La logica dei mercanti di schiavi è semplice e diabolica: se c’è la domanda del mercato e abbiamo la “merce”, perché dobbiamo farci tanti scrupoli? Se non lo facciamo noi, l’affare lo farà qualcun altro. Ma la storia del nostro Umanesimo cristiano ci ricorda che c’è anche una logica che ha una visione diversa dell’uomo, altrettanto semplice, ma di segno opposto: portatrice di istanze morali e spirituali. Questa ci insegna che le cose possono andare molto meglio quando recuperiamo il primato della persona sul lavoro, che è l’esatto opposto di chi vende gli esseri umani come schiavi, cioè come meri attrezzi da lavoro per scavare nelle miniere o per raccogliere eccellenti pomodori “made in Italy”. E quando il lavoro ha il primato sul capitale, al contrario di un’economia che sottomette l’uomo al profitto, distruggendo i valori morali e infrangendo la comunità. Da qui il primato dell’etica in economia, della giustizia e della solidarietà, della cooperazione e della promozione dei più deboli. Né l’Italia né la Libia parteciperanno ai prossimi Mondiali di calcio in Russia: purtroppo non è l’unica cosa che abbiamo in comune, né la più vergognosa.

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