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In Corea sboccia un germoglio di speranza

Mentre nuove tensioni si vanno acuendo nel già disastrato Medio Oriente, dopo l’accusa di Israele all’Iran di aver violato l’accordo sul nucleare del 2015, ogni tanto arriva qualche buona notizia, stavolta dalla penisola coreana.

Parole chiave: Politica internazionale (2), Alberto Margoni (64), Corea (3), Pace (18)

Mentre nuove tensioni si vanno acuendo nel già disastrato Medio Oriente, dopo l’accusa di Israele all’Iran di aver violato l’accordo sul nucleare del 2015, ogni tanto arriva qualche buona notizia, stavolta dalla penisola coreana. Dopo aver tirato la corda all’inverosimile con assurdi e costosissimi esperimenti nucleari e il lancio di missili balistici intercontinentali, in quella che voleva essere un’autentica prova di forza muscolare, il leader nordcoreano Kim Jong-un ha cambiato strategia, consolidando l’apertura con il presidente sudcoreano Moon Jae-in, inaugurata in occasione delle Olimpiadi invernali di PyeongChang. Li abbiamo visti nei giorni scorsi in occasione del summit di Panmunjon stringersi le mani, abbracciarsi, sorseggiare insieme un tè, piantare un pino germogliato nel 1953 – anno dell’armistizio dopo la guerra –, firmare la dichiarazione che annuncia l’inizio di una nuova era di pace e prevede la ripresa del dialogo multilaterale con Cina e Usa, l’impegno comune a denuclearizzare la penisola, lo stop a ogni atto ostile, la ripresa degli incontri delle famiglie separate dal confine e persino l’abolizione del fuso orario che dal 2015 aveva portato le lancette degli orologi nordcoreani avanti di mezz’ora.
Questo gesto di riconciliazione ha riscosso l’apprezzamento da parte di tutte le potenze mondiali, ma non mancano gli inviti alla cautela, visti i precedenti. Si tratta infatti solo dell’inizio di un cammino che resta lungo e in salita. Fondamentale è comunque il fatto che si sia avviato il dialogo, «primo passo per stabilire una comunità di pace», ha dichiarato il card. Andrew Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seul e amministratore apostolico di Pyongyang, dove peraltro non si è mai potuto recare e per la quale mancano dati ufficiali sulla presenza di cattolici. Ma cosa c’è dietro l’ammorbidimento di Kim, oltre ai probabili consigli della Cina? Difficile pensare che il dittatore sia diventato tutto d’un tratto un bonaccione. Come pure che sia disposto a rinunciare a tutto l’arsenale per ottenere il quale si è messo contro il mondo intero. Probabilmente vuole accreditarsi sulla scena intercoreana e su quella internazionale, soprattutto in vista del faccia a faccia con Donald Trump previsto a giugno. E anche in quell’occasione è facile prevedere che si procederà ad un do ut des, ossia la rinuncia al nucleare in cambio della riduzione delle sanzioni e di aiuti finanziari e umanitari necessari per rilanciare un Paese letteralmente alla fame.

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