Editoriale
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Il muro e i muri in testa

«Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque. L’importante è che i No siano maggioranza». Più chiaro di così.

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«Non importa se il referendum risulterà valido o meno: conseguenze giuridiche ci saranno comunque. L’importante è che i No siano maggioranza». Più chiaro di così.
Se qualcuno pensa sia sufficiente il mancato raggiungimento del quorum per fermare il muro di Orban, oppure crede di poter paragonare l’italico referendum sulle trivelle con quello ungherese sulla politica europea dei migranti, si sbaglia di grosso.
Il premier magiaro se ne infischia del superamento o meno della soglia del cinquanta per cento. Questo è il dato: oltre tre milioni e duecentomila, il 98 per cento dei votanti, ha bocciato la politica europea di ripartizione dei migranti.
Il problema non è il quorum, ma la schiacciante vittoria del No. E tre milioni di voti su dieci milioni di abitanti legittimano e autorizzano la linea del governo. Certo il premier ungherese ha usato il referendum per rafforzare se stesso e il suo partito in vista del voto del 2018. Ma quella di Orban – lo si voglia o no – è una vittoria. Anche senza quorum.
I fatti parlano chiaro. I muri anti-immigrati in Europa si stanno moltiplicando: in Bulgaria, Ungheria, Grecia, Croazia, Slovenia, Austria, Spagna, e il prossimo tra Francia e Inghilterra. “Another brick in the wall” (un altro mattone nel muro contro l’Unione Europea) canterebbero i Pink Floyd. Ma questa è musica per palati fini.
Siamo passati da muri per non far uscire come quello di Berlino, a muri per non far entrare. Perché i muri hanno sempre due facce, una per il fuori e una per il dentro. I muri delle prigioni sono così. Oggi in Europa c’è una sopravvalutazione di quest’opera muraria. C’è un’aspettativa incongrua, un’attribuzione di sicurezza psicologica e politica dell’effetto muro, di fatto sproporzionata, perché l’evento epocale dei flussi immigratori non è materialmente arrestabile. I flussi non cambiano in relazione alla costruzione o al rafforzamento dei muri, ma in base alla motivazione delle partenze.
Quello tra Messico e Stati Uniti non ha impedito che oggi gli Usa siano a maggioranza ispanica e non anglosassone. Sopra, sotto, di lato, i muri vengono sempre superati dai flussi migratori.
La verità è che i muri servono per esorcizzare le nostre paure. E da quali paure ci difendiamo mettendoci dietro dei muri?
Peter Schneider, uno scrittore tedesco, diceva che nonostante la caduta del muro di Berlino nel 1989, la gente continuava ad avere “il muro in testa”. La barriera reale, fatta di cemento e di filo spinato, era stata abbattuta ma la linea di separazione tra Est e Ovest, tra “noi” e “loro”, restava ancora lì, presente e viva, nella mente. I berlinesi non erano e non sono i soli ad avere un muro in testa. Tutti inevitabilmente ne abbiamo uno, inconsistente, immateriale ma estremamente solido. I muri dovrebbero servire a costruire le case e i tetti. Quando invece sono muri e basta, servono solo ad ammansire i fantasmi notturni.
Costruiscano i loro ignobili muri a Calais e in Ungheria, noi costruiremo quelli di Arquata, Amatrice, Accumoli e dei borghi distrutti. È l’unico vero deterrente alle paure dell’Europa.

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