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Guerra aperta all’indifferenza che ci affligge

C’è una corteccia da scorticare, un bunker nel quale far breccia ad ogni costo, un nemico da abbattere quanto prima. Non è lo spot pubblicitario dell’ultimo videogioco e nemmeno un insensato incitamento alla violenza, bensì l’esatto contrario, ovvero la sfida da vincere per costruire insieme la pace. Sì, perché questo ostacolo all’umana concordia e alla convivenza pacifica non ci è estraneo, ma poco o tanto è dentro ciascuno di noi, ci atrofizza il cuore e si chiama indifferenza...

Parole chiave: Editoriale (337), Alberto Margoni (64), Indifferenza (1)

C’è una corteccia da scorticare, un bunker nel quale far breccia ad ogni costo, un nemico da abbattere quanto prima. Non è lo spot pubblicitario dell’ultimo videogioco e nemmeno un insensato incitamento alla violenza, bensì l’esatto contrario, ovvero la sfida da vincere per costruire insieme la pace. Sì, perché questo ostacolo all’umana concordia e alla convivenza pacifica non ci è estraneo, ma poco o tanto è dentro ciascuno di noi, ci atrofizza il cuore e si chiama indifferenza. Di questo tarlo «che spinge a disinteressarsi dell’umanità degli altri e finisce per rendere le persone pavide e ciniche» ha parlato papa Francesco ai 180 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede ricevuti in udienza lunedì scorso. Soffermandosi sull’emergenza migratoria in atto, il Pontefice ha evidenziato il rischio e la gravità di abituarsi a tante pesanti situazioni di povertà e bisogno, al punto da non farci più caso, quasi fossero diventate parte di quella normalità che non scandalizza più, non scuote, non indigna, non provoca un sussulto di umanità, di compassione, non muove al bene.
Un tema, quello della globalizzazione dell’indifferenza, che ricorre spesso nel magistero pontificio ed è stato al cuore del Messaggio per la recente Giornata mondiale della pace. Perché ormai non ha più soltanto una portata individuale, di chi vive nel proprio tran-tran quotidiano e si accontenta. Basta che nessuno lo disturbi ed è a posto. Quanto agli altri… affari loro. Certo, un atteggiamento egoistico e assai poco cristiano. Il problema è che questa indifferenza ha raggiunto la sfera sociale e pubblica. Per assurdo, proprio ora che abbiamo la possibilità di essere connessi in tempo reale con il mondo intero, certi canali restano ancora inesorabilmente chiusi. Si aprono solo – e diventano informazione – se ci toccano direttamente, perché riguardano la nostra economia o coinvolgono persone o imprese italiane. Pensiamo all’Africa: molti suoi abitanti vivono tra noi. Ma che ne sappiamo delle condizioni sociali, politiche, economiche, religiose, ambientali… dei loro Paesi di origine? Quasi nulla, a meno che non attingiamo a qualche fonte specializzata. Al riguardo, l’inopinata chiusura nei giorni scorsi, dopo 18 anni di pregevole servizio, dell’agenzia di stampa missionaria Misna renderà il continente nero ancora più afono e quindi sconosciuto. E sappiamo che la mancata conoscenza è una delle cause della paura.
Un altro esempio emblematico della “normalizzazione” di veri e propri drammi umani che però passano praticamente sotto silenzio è stata la pubblicazione nei giorni scorsi della foto – che definire raccapricciante è poco – di un ragazzo siriano di Madaya ridotto ad uno scheletro ricoperto di pelle. Questo a causa dell’assedio al quale da mesi è sottoposta la sua città e che sta costringendo ben 40mila persone a patire la fame e il freddo perché ai convogli umanitari non era stato consentito di entrare per portare cibo e medicinali (cosa che è successivamente avvenuta, grazie a Dio). E analoghe situazioni si registrano in altre città e villaggi della Siria. Ma i riflettori mediatici sono rimasti per lo più spenti.
Quando «le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare», soprattutto se deboli e fragili, vuol dire che la deriva è già avanzata e dunque occorre innestare velocemente la retromarcia, come singoli e come società, prima di andare a sbattere. Si tratta perciò di ritrovare al più presto quello “spirito umanistico” – così lo ha definito il Papa – frutto del grande patrimonio culturale e religioso dell’Europa che porti a difendere, in tutti i casi, la centralità della persona umana.

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